Le neuroscienze cognitive rappresentano uno dei principali ambiti interdisciplinari della ricerca contemporanea sul cervello e sulla mente. Il loro obiettivo è comprendere in che modo i processi cognitivi, emotivi e comportamentali siano sostenuti dall’attività del sistema nervoso, integrando i contributi della psicologia cognitiva, della neuropsicologia, delle neuroscienze, della neuroanatomia, della neurofisiologia, della psichiatria e, sempre più frequentemente, dell’informatica e della modellistica computazionale.
A differenza di un approccio esclusivamente psicologico, che può descrivere il funzionamento di una determinata funzione mentale attraverso il comportamento e la prestazione, le neuroscienze cognitive cercano di individuare anche i meccanismi neurali che rendono possibile quella funzione. La domanda non riguarda quindi soltanto come una persona percepisca, ricordi, apprenda, decida o utilizzi il linguaggio, ma anche quali circuiti cerebrali, processi neurofisiologici e sistemi di elaborazione dell’informazione partecipino a tali attività.
L’APA definisce infatti la neuroscienza cognitiva come un settore della neuroscienza e della psicologia biologica focalizzato sui meccanismi neurali della cognizione.
Il campo si è sviluppato soprattutto a partire dalla seconda metà del XX secolo, grazie all’incontro tra psicologia cognitiva, neuropsicologia e neuroscienze e alla progressiva disponibilità di tecniche capaci di studiare il cervello umano in condizioni sempre più vicine al suo funzionamento naturale. L’espressione cognitive neuroscience viene generalmente collocata alla fine degli anni Settanta; la Cognitive Neuroscience Society ricostruisce, in particolare, la nascita del termine nell’ambiente scientifico statunitense di quel periodo.
Che cosa sono le neuroscienze cognitive
Le neuroscienze cognitive studiano le relazioni tra cervello, cognizione, emozioni e comportamento.
La cognizione comprende un insieme molto ampio di funzioni e processi mentali, tra cui:
- percezione;
- attenzione;
- memoria;
- apprendimento;
- linguaggio;
- funzioni esecutive;
- ragionamento;
- problem solving;
- presa di decisione;
- rappresentazione mentale;
- controllo cognitivo;
- consapevolezza;
- cognizione sociale.
A questi processi si aggiunge lo studio delle interazioni tra cognizione ed emozione, oggi considerate fondamentali per comprendere il comportamento umano.
Le neuroscienze cognitive non si limitano quindi alla ricerca di una singola “area del cervello” responsabile di una funzione. La ricerca contemporanea considera sempre più importante il ruolo delle reti neurali, delle connessioni tra regioni cerebrali e delle interazioni dinamiche tra sistemi corticali e sottocorticali.
La disciplina può essere considerata il risultato dell’integrazione di diverse tradizioni scientifiche. Una revisione classica identifica tra i suoi principali fondamenti la psicologia sperimentale, le neuroscienze a livello dei sistemi e l’informatica.
Neuroscienze cognitive e psicologia cognitiva
Psicologia cognitiva e neuroscienze cognitive sono discipline strettamente collegate, ma non coincidono.
La psicologia cognitiva studia i processi attraverso i quali gli individui acquisiscono, elaborano, conservano e utilizzano informazioni. Per esempio, può analizzare i meccanismi dell’attenzione attraverso esperimenti comportamentali.
Le neuroscienze cognitive aggiungono una domanda relativa ai substrati neurali di tali processi.
Per esempio, nello studio della memoria si possono porre domande differenti:
- quali strategie favoriscono il ricordo?
- quali caratteristiche possiede la memoria di lavoro?
- come vengono codificate le informazioni?
- quali strutture e reti cerebrali partecipano alla memoria episodica?
- come cambia l’attività cerebrale durante il recupero di un ricordo?
Il rapporto tra le due discipline è quindi bidirezionale. I modelli della psicologia cognitiva possono guidare la formulazione delle ipotesi neuroscientifiche, mentre le evidenze provenienti dallo studio del cervello possono modificare o raffinare i modelli cognitivi.
Neuroscienze cognitive e neuropsicologia
Anche la neuropsicologia rappresenta uno dei principali antecedenti delle neuroscienze cognitive.
La neuropsicologia studia il rapporto tra funzionamento cerebrale e comportamento, anche attraverso l’osservazione di persone con lesioni o patologie neurologiche. I deficit selettivi osservati in seguito a un danno cerebrale possono fornire informazioni importanti sull’organizzazione delle funzioni cognitive.
Le neuroscienze cognitive hanno successivamente ampliato questo paradigma, rendendo possibile studiare i processi cerebrali anche in persone sane e durante lo svolgimento di specifici compiti cognitivi.
La combinazione di studi neuropsicologici, esperimenti comportamentali e tecniche di neuroimaging ha permesso di costruire modelli sempre più articolati dell’organizzazione funzionale del cervello.
Un esempio particolarmente significativo riguarda la memoria: gli studi contemporanei integrano dati provenienti da pazienti con lesioni cerebrali con quelli ottenuti attraverso PET e fMRI, evidenziando il contributo di differenti strutture e reti alla memoria.
L’evoluzione storica
La storia delle neuroscienze cognitive non inizia negli anni Settanta. Le sue radici affondano nella lunga storia della neuroanatomia, della fisiologia, della neurologia, della psicologia sperimentale e della neuropsicologia.
Le prime concezioni del rapporto tra cervello e mente
Fin dall’antichità filosofi e medici si sono interrogati sulla relazione tra cervello, mente e comportamento.
Con lo sviluppo della neurologia moderna, durante il XIX secolo, acquisì particolare importanza il problema della localizzazione delle funzioni cerebrali.
Gli studi di pazienti con lesioni cerebrali contribuirono, per esempio, alla comprensione del ruolo di specifiche regioni corticali nel linguaggio. Le osservazioni cliniche di Paul Broca e Carl Wernicke rappresentarono tappe fondamentali nella storia della neuropsicologia.
Parallelamente, gli esperimenti di Hitzig e Fritsch sulla corteccia cerebrale contribuirono allo sviluppo della ricerca sulla localizzazione delle funzioni.
Questa fase storica portò alla contrapposizione tra una concezione fortemente localizzazionista e una prospettiva più globale del funzionamento cerebrale.
Il comportamentismo
All’inizio del XX secolo il comportamentismo esercitò una forte influenza sulla psicologia.
L’attenzione degli studiosi si concentrò prevalentemente sul comportamento osservabile e sui rapporti tra stimoli, risposte e apprendimento. I processi mentali interni furono per lungo tempo considerati difficili da studiare scientificamente.
Il predominio del comportamentismo iniziò progressivamente a ridursi con lo sviluppo della psicologia cognitiva.
La rivoluzione cognitiva
Tra gli anni Cinquanta e Sessanta si affermò la cosiddetta rivoluzione cognitiva.
La mente tornò a essere considerata un oggetto legittimo dell’indagine scientifica. Memoria, attenzione, linguaggio, percezione, rappresentazione mentale e problem solving divennero oggetto di sofisticati studi sperimentali.
Parallelamente, lo sviluppo dell’informatica favorì la nascita di modelli basati sull’idea della mente come sistema capace di elaborare informazioni.
Questa trasformazione fu fondamentale per la successiva nascita delle neuroscienze cognitive: la psicologia aveva sviluppato modelli sempre più precisi dei processi cognitivi, mentre le neuroscienze stavano sviluppando strumenti per studiare il funzionamento del cervello.
La nascita delle neuroscienze cognitive
Alla fine degli anni Settanta queste tradizioni iniziarono a convergere in maniera più sistematica.
La stessa espressione “neuroscienze cognitive” viene generalmente ricondotta a questo periodo. Treccani colloca la comparsa dell’espressione alla fine degli anni Settanta, in relazione allo sviluppo di tecniche capaci di visualizzare il funzionamento cerebrale e di studiare il rapporto tra attività cerebrale e processi cognitivi.
Secondo la ricostruzione della Cognitive Neuroscience Society, il termine fu associato all’incontro tra il neuroscienziato Michael Gazzaniga e lo psicologo cognitivo George Miller, impegnati nel tentativo di individuare una denominazione per il nuovo campo interdisciplinare.
La nascita delle neuroscienze cognitive non fu quindi semplicemente il risultato dell’invenzione di una nuova tecnica, ma rappresentò l’incontro di modelli cognitivi, neuroscienze, neuropsicologia e nuove metodologie di indagine.
Dalla localizzazione cerebrale alle reti neurali
Uno dei cambiamenti più importanti nella storia delle neuroscienze cognitive riguarda il superamento di una concezione eccessivamente semplicistica della localizzazione cerebrale.
Oggi è evidente che molte funzioni cognitive complesse non dipendono da una singola regione isolata, ma dall’interazione di reti neurali distribuite.
Per esempio, attenzione, memoria, linguaggio e funzioni esecutive coinvolgono sistemi costituiti da più regioni corticali e sottocorticali.
Questo non significa che la localizzazione funzionale sia irrilevante. Al contrario, determinate regioni possiedono specializzazioni relativamente specifiche. Tuttavia, la funzione emerge spesso dall’interazione tra più componenti.
La neuroscienza cognitiva contemporanea tende quindi a integrare due livelli di analisi:
- specializzazione funzionale, cioè il contributo specifico di determinate strutture;
- integrazione funzionale, cioè il modo in cui diverse regioni comunicano all’interno di reti dinamiche.
Questo passaggio ha modificato profondamente il modo di interpretare il rapporto tra cervello e comportamento.
I principali settori di studio e di intervento
Le neuroscienze cognitive comprendono numerosi settori di ricerca. Per “intervento” è opportuno intendere soprattutto le applicazioni della conoscenza neuroscientifica in ambito clinico, educativo, riabilitativo e tecnologico, poiché le neuroscienze cognitive sono principalmente una disciplina scientifica e non una psicoterapia o una professione sanitaria autonoma.
Percezione
Lo studio della percezione analizza come il cervello trasformi gli stimoli sensoriali in rappresentazioni utilizzabili dall’organismo.
Vengono studiati, tra gli altri:
- percezione visiva;
- percezione uditiva;
- percezione del movimento;
- riconoscimento degli oggetti;
- percezione dei volti;
- integrazione multisensoriale;
- percezione corporea.
Le neuroscienze cognitive hanno contribuito a mostrare che la percezione non consiste in una semplice registrazione passiva degli stimoli, ma implica processi di elaborazione complessi e influenzati dalle aspettative e dal contesto.
Attenzione
L’attenzione permette di selezionare alcune informazioni e di ridurre il peso di altre.
La ricerca analizza diversi processi attentivi:
- attenzione selettiva;
- attenzione sostenuta;
- attenzione divisa;
- orientamento attentivo;
- controllo esecutivo dell’attenzione.
Lo studio dei circuiti attentivi è rilevante anche per la comprensione di numerosi disturbi neurologici e psichiatrici.
Memoria
La memoria costituisce uno dei settori maggiormente studiati dalle neuroscienze cognitive.
Vengono analizzate diverse forme di memoria, tra cui:
- memoria episodica;
- memoria semantica;
- memoria procedurale;
- memoria di lavoro;
- memoria implicita;
- memoria autobiografica.
Particolare attenzione viene dedicata al ruolo dell’ippocampo, delle strutture temporali mediali, dell’amigdala, dei gangli della base e delle regioni corticali coinvolte nei processi di codifica e recupero.
Apprendimento
Le neuroscienze cognitive studiano i meccanismi attraverso i quali l’esperienza modifica il comportamento e il funzionamento cerebrale.
Un concetto fondamentale è quello di plasticità neurale, attraverso il quale il sistema nervoso modifica la propria organizzazione funzionale e strutturale in relazione all’esperienza, all’apprendimento e alle condizioni ambientali.
Linguaggio
Il linguaggio rappresenta uno dei campi storicamente più importanti della ricerca neuropsicologica e neuroscientifica.
Le neuroscienze cognitive studiano:
- comprensione linguistica;
- produzione del linguaggio;
- elaborazione fonologica;
- accesso lessicale;
- elaborazione semantica;
- sintassi;
- lettura;
- scrittura.
Gli studi moderni hanno progressivamente superato una visione basata esclusivamente su aree isolate, considerando il linguaggio come il risultato dell’interazione di reti cerebrali distribuite.
Funzioni esecutive
Le funzioni esecutive comprendono processi necessari per orientare e controllare il comportamento verso obiettivi.
Tra questi rientrano:
- pianificazione;
- inibizione;
- flessibilità cognitiva;
- monitoraggio dell’errore;
- aggiornamento della memoria di lavoro;
- problem solving;
- controllo dell’impulsività.
Lo studio delle funzioni esecutive ha importanti applicazioni in neuropsicologia clinica, neurologia, psichiatria e riabilitazione cognitiva.
Decision making
Le neuroscienze cognitive studiano anche i meccanismi attraverso i quali le persone prendono decisioni.
Particolare interesse è rivolto all’interazione tra:
- valutazione delle ricompense;
- emozioni;
- controllo cognitivo;
- previsione delle conseguenze;
- apprendimento dall’esperienza;
- elaborazione dell’incertezza.
Questo settore ha contribuito allo sviluppo delle neuroscienze decisionali e delle neuroscienze economiche.
Emozioni
Le emozioni costituiscono un altro importante settore di ricerca.
L’obiettivo non è semplicemente individuare una “parte emotiva” del cervello, ma comprendere l’interazione tra sistemi coinvolti nell’elaborazione emotiva, nella valutazione degli stimoli, nella memoria, nella motivazione e nella regolazione del comportamento.
Le neuroscienze cognitive contemporanee considerano infatti sempre più strettamente interconnessi processi cognitivi ed emotivi.
Cognizione sociale
La cognizione sociale studia i processi attraverso i quali comprendiamo noi stessi e gli altri.
Tra gli argomenti più studiati troviamo:
- riconoscimento delle emozioni;
- teoria della mente;
- empatia;
- attribuzione delle intenzioni;
- elaborazione dei segnali sociali;
- giudizio sociale;
- comportamento cooperativo.
Questo settore è particolarmente rilevante per la comprensione dei disturbi nei quali risultano compromessi i processi di interazione sociale.
Coscienza
La coscienza rappresenta uno dei problemi più complessi delle neuroscienze contemporanee.
Le neuroscienze cognitive cercano di comprendere quali processi neurali siano associati:
- alla consapevolezza percettiva;
- all’esperienza soggettiva;
- all’accesso cosciente alle informazioni;
- all’autoconsapevolezza;
- agli stati alterati di coscienza.
Si tratta di un settore nel quale persistono importanti questioni teoriche e metodologiche.
Le principali metodologie
Lo sviluppo delle neuroscienze cognitive è stato strettamente legato alla disponibilità di tecniche sempre più sofisticate.
Risonanza magnetica funzionale
La risonanza magnetica funzionale (fMRI) consente di studiare variazioni dell’attività cerebrale associate a differenti condizioni cognitive, sfruttando principalmente il segnale BOLD.
Il suo sviluppo ha rappresentato una delle principali trasformazioni metodologiche delle neuroscienze cognitive moderne. A differenza della PET, la fMRI non richiede l’impiego di traccianti radioattivi e permette di effettuare misurazioni ripetute.
PET
La tomografia a emissione di positroni (PET) permette di studiare aspetti del metabolismo cerebrale e del flusso sanguigno attraverso radiofarmaci.
Le applicazioni della PET hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della mappatura funzionale del cervello umano e nello studio dei processi cognitivi.
Elettroencefalografia
L’EEG registra l’attività elettrica cerebrale attraverso elettrodi posizionati sul cuoio capelluto.
Il principale vantaggio dell’EEG è l’elevata risoluzione temporale, che permette di studiare con grande precisione la dinamica temporale dei processi cognitivi.
Magnetoencefalografia
La MEG registra i campi magnetici associati all’attività neuronale. Come l’EEG, offre una notevole risoluzione temporale e può essere utilizzata per studiare la sequenza temporale dei processi cognitivi.
Stimolazione magnetica transcranica
La stimolazione magnetica transcranica (TMS) permette di modificare temporaneamente l’attività di specifiche regioni corticali.
Oltre alle applicazioni terapeutiche sviluppate in ambito clinico, la TMS rappresenta uno strumento di ricerca utile per studiare il rapporto causale tra determinate aree cerebrali e funzioni cognitive.
Neuroimaging e modellistica computazionale
La ricerca contemporanea integra sempre più frequentemente dati di neuroimaging, misure comportamentali e modelli computazionali.
L’obiettivo è passare dalla semplice correlazione tra attività cerebrale e comportamento alla costruzione di modelli capaci di spiegare i meccanismi attraverso i quali i sistemi neurali elaborano le informazioni.
Le neuroscienze cognitive in ambito clinico
Le conoscenze prodotte dalle neuroscienze cognitive hanno importanti ricadute sulla pratica clinica, anche se è necessario distinguere chiaramente tra ricerca neuroscientifica e intervento clinico.
In ambito neurologico, le neuroscienze cognitive contribuiscono alla comprensione dei deficit conseguenti a:
- ictus;
- trauma cranico;
- epilessia;
- malattie neurodegenerative;
- tumori cerebrali;
- patologie cerebrovascolari.
In ambito neuropsicologico, la conoscenza dei sistemi cognitivi permette di valutare in modo più preciso alterazioni della memoria, dell’attenzione, del linguaggio e delle funzioni esecutive.
Queste informazioni possono contribuire alla progettazione di programmi di riabilitazione cognitiva, nei quali il trattamento viene adattato al profilo funzionale della persona.
Neuroscienze cognitive e psicoterapia
Il rapporto tra neuroscienze cognitive e psicoterapia è un campo di crescente interesse, ma deve essere affrontato evitando semplificazioni.
Le neuroscienze possono contribuire alla comprensione dei meccanismi coinvolti in processi centrali per la psicoterapia, quali:
- regolazione emotiva;
- apprendimento;
- memoria;
- estinzione della paura;
- elaborazione delle esperienze traumatiche;
- controllo cognitivo;
- plasticità neurale;
- processi interpersonali.
Queste conoscenze possono dialogare con differenti orientamenti psicoterapeutici.
Nell’ambito della psicoterapia sistemico-relazionale, per esempio, le neuroscienze cognitive possono offrire informazioni sui processi individuali coinvolti nella regolazione emotiva, nella percezione delle relazioni e nell’apprendimento, senza sostituire il modello sistemico, che considera la persona all’interno dei suoi contesti relazionali e familiari.
Analogamente, le conoscenze neuroscientifiche possono dialogare con la terapia cognitivo-comportamentale, con gli interventi basati sulla mindfulness e con i trattamenti rivolti alle conseguenze psicologiche delle esperienze traumatiche.
È tuttavia importante evitare il cosiddetto neurocentrismo, cioè la tendenza a spiegare fenomeni psicologici complessi esclusivamente attraverso il funzionamento cerebrale.
Il comportamento umano è infatti il risultato dell’interazione tra livelli diversi: biologico, psicologico, relazionale, sociale e culturale.
Applicazioni nell’educazione e nell’apprendimento
Le neuroscienze cognitive hanno importanti applicazioni anche nel settore educativo.
Lo studio dei meccanismi cerebrali dell’apprendimento può contribuire a comprendere meglio:
- acquisizione delle competenze linguistiche;
- apprendimento matematico;
- memoria di lavoro;
- attenzione;
- motivazione;
- consolidamento delle informazioni;
- effetti dello stress sull’apprendimento.
Tuttavia, la diffusione delle neuroscienze nell’educazione ha prodotto anche il rischio di neuromiti, cioè interpretazioni semplicistiche o non supportate adeguatamente dalle evidenze scientifiche.
Le neuroscienze possono fornire informazioni utili sull’apprendimento, ma non permettono di trasformare automaticamente un dato neurobiologico in una specifica metodologia didattica.
Neuroscienze cognitive e invecchiamento
Un importante settore di ricerca riguarda l’invecchiamento cognitivo.
Le neuroscienze cognitive studiano i cambiamenti che interessano memoria, attenzione, velocità di elaborazione e funzioni esecutive durante l’invecchiamento normale, distinguendoli dai cambiamenti associati alle patologie neurodegenerative.
Lo studio della plasticità cerebrale ha inoltre contribuito a sviluppare una visione meno statica dell’invecchiamento.
L’organizzazione funzionale del cervello può infatti adattarsi alle richieste dell’ambiente e alle esperienze della persona. Questo ha favorito l’interesse verso interventi di stimolazione cognitiva, attività fisica, apprendimento e promozione di stili di vita favorevoli alla salute cerebrale.
Neuroscienze cognitive e salute mentale
Uno degli sviluppi più interessanti riguarda l’applicazione delle neuroscienze cognitive allo studio dei disturbi psicopatologici.
Ricerca e neuroimaging vengono utilizzati per studiare alterazioni nei processi di:
- attenzione;
- memoria;
- elaborazione delle ricompense;
- regolazione emotiva;
- controllo inibitorio;
- cognizione sociale;
- elaborazione della minaccia.
Queste ricerche possono contribuire a comprendere meglio fenomeni psicopatologici complessi, ma non devono essere interpretate come se esistesse necessariamente un singolo “circuito della depressione”, dell’ansia o della dipendenza.
I disturbi psicologici e psichiatrici sono infatti fenomeni multifattoriali, nei quali interagiscono predisposizioni biologiche, processi psicologici, esperienze di vita e fattori ambientali e relazionali.
La ricerca contemporanea sottolinea proprio la necessità di mantenere un equilibrio tra prospettiva neuroscientifica e prospettiva cognitiva, evitando interpretazioni eccessivamente riduzionistiche.
I limiti e le questioni aperte
Nonostante gli enormi progressi, le neuroscienze cognitive presentano ancora importanti problemi aperti.
Uno dei principali riguarda il rapporto tra correlazione e causalità.
Osservare che una determinata area cerebrale aumenta la propria attività durante un compito cognitivo non significa automaticamente dimostrare che quella regione sia l’unica responsabile della funzione.
Un secondo problema riguarda l’interpretazione del neuroimaging. Le immagini cerebrali rappresentano dati fisiologici che devono essere interpretati attraverso modelli statistici e teorici. Non costituiscono una “fotografia diretta del pensiero”.
Un ulteriore limite riguarda il cosiddetto reverse inference: partire dall’attivazione di una determinata regione e dedurre direttamente che la persona stia sperimentando uno specifico stato mentale.
Le neuroscienze cognitive richiedono quindi una continua integrazione tra dati comportamentali, neurofisiologici, anatomici e psicologici.
Il futuro delle neuroscienze cognitive
Le neuroscienze cognitive stanno evolvendo verso modelli sempre più complessi e integrati.
Tra le direzioni di sviluppo più importanti troviamo:
- studio delle reti cerebrali;
- connettività funzionale e strutturale;
- neuroscienze computazionali;
- intelligenza artificiale;
- analisi di grandi dataset neurobiologici;
- integrazione multimodale dei dati;
- neuroimaging ad alta risoluzione;
- studio della plasticità cerebrale;
- interazione tra cervello, corpo e ambiente;
- ricerca sulla cognizione sociale;
- studio dei meccanismi della coscienza.
L’evoluzione metodologica sta inoltre spostando l’attenzione dalla semplice individuazione di “aree attive” allo studio delle dinamiche delle reti neurali.
In prospettiva, uno degli obiettivi più importanti sarà comprendere come l’attività di miliardi di neuroni possa essere organizzata in sistemi capaci di produrre percezione, memoria, linguaggio, emozioni, decisioni e comportamenti complessi.
Conclusioni
Le neuroscienze cognitive costituiscono oggi un ponte fondamentale tra lo studio scientifico della mente e quello del cervello.
La loro evoluzione è stata resa possibile dall’incontro tra psicologia cognitiva, neuropsicologia, neuroscienze, neurofisiologia, informatica e tecniche di neuroimaging. Dalla prima ricerca sulla localizzazione delle funzioni cerebrali si è progressivamente passati a una concezione più dinamica, nella quale le funzioni cognitive vengono interpretate come il risultato dell’interazione tra differenti regioni e reti cerebrali.
I principali settori comprendono percezione, attenzione, memoria, apprendimento, linguaggio, funzioni esecutive, decision making, emozioni, cognizione sociale e coscienza. Le conoscenze prodotte trovano applicazione nella ricerca neurologica e neuropsicologica, nella riabilitazione cognitiva, nello studio della salute mentale, nell’educazione e nella comprensione dei processi di invecchiamento.
Per la psicologia contemporanea, il valore delle neuroscienze cognitive consiste soprattutto nella possibilità di costruire un dialogo interdisciplinare tra livelli differenti di spiegazione. Il cervello è una componente essenziale del funzionamento psicologico, ma il comportamento umano non può essere compreso esclusivamente attraverso la neurobiologia.
Una prospettiva realmente integrata deve considerare l’interazione tra cervello, mente, corpo, relazioni e ambiente. È proprio all’interno di questa integrazione che le neuroscienze cognitive possono offrire uno dei contributi più significativi alla psicologia, alla neuropsicologia e alle scienze della salute.
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