I disturbi di personalità

disturbi di personalità

disturbi di personalità sono caratterizzati da un pattern permanente di esperienze interne (pensieri, sentimenti ed emozioni) e comportamenti che sono marcatamente differenti da quelli definiti dalla propria cultura, sono pervasivi e inflessibili, ed emergono in adolescenza o nella prima età adulta. Sono stabili nel tempo e conducono a sofferenza o disabilità.



Cosa si intende per Personalità, Temperamento, Carattere

Con il termine personalità si intende una modalità strutturata di pensiero, sentimento e comportamento che caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto.

Questa complessa modalità è il risultato di diversi fattori:

  • costituzionali
  • di sviluppo
  • dell’esperienza sociale

Questa definizione è stata accuratamente proposta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e ad oggi rappresenta la definizione più completa per dipingere le innumerevoli sfaccettature della personalità.

La quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5) redatta dall’American Psychiatric Association (2014, p. 749) definisce i tratti di personalità:

“pattern costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di sé stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali”.

Tratti di personalità rigidi e disadattivi, causano una significativa compromissione funzionale o un disagio soggettivo, denotando disturbi di personalità.

I termini che più si accavallano concettualmente, anche in base alle diverse scuole di pensiero, ma che occorre differenziare sono:

  • Personalità,
  • Temperamento
  • Carattere.

Il termine Personalità deriva dal sostantivo latino persona (per- sonam, attraverso cui passa il suono della voce) ed è legato al suo significato originario di maschera.

Originariamente con questo termine si faceva attinenza a ciò che l’attore rappresentava sulla scena teatrale, ma progressivamente ha assunto un significato più vasto a designare ciò che è presente dietro la maschera. Così dalla finta rappresentazione si è passati a toccare l’aspetto più profondo dell’esistenza dell’individuo.

È possibile definire il Temperamento come substrato biologico del funzionamento psichico, per esempio è rintracciabile nella predisposizione alle attività o a specifiche emozioni, che determina gli aspetti più stabili e presenti già alla nascita.

Il Carattere, soprattutto in ambito psicoanalitico, è identificabile come una dimensione più delimitata rispetto alla personalità.

Questo, infatti, rappresenta il funzionamento abituale dell’individuo che attraverso il suo Io unisce sia le richieste interne che quelle esterne, marcando però il rilievo verso l’adesione soggettiva ai valori collettivi.

Sigmund Freud, fa coincidere il concetto con la definizione che egli offre di ” nevrosi del carattere” con cui indica: “Tipo di nevrosi in cui il conflitto difensivo non si traduce nella formazione di sintomi nettamente isolabili, bensì in tratti del carattere, modi di comportamento, o anche in una organizzazione.

Il valore della personalità è definibile attraverso il tipo di reazione, positiva o negativa, e della risposta collettiva che questa riesce a suscitare (Carotenuto, 1991).

Parallelamente Allport idealizzò una visione biofisica differenziata da caratteristiche interamente appartenenti al soggetto che potevano essere descritte e misurate.

Altre teorie ancora mettono invece l’accento sulla funzione adattativa della personalità che traduce il tipico stile di ogni individuo di adeguarsi all’ambiente (Carotenuto, 1991).




Teorie dei disturbi di personalità: una prospettiva concettuale

Nella storia della psichiatria si sono avvicendati studiosi di scuole diverse che hanno dato un’impronta specifica allo studio diagnostico-clinico e terapeutico delle varie entità nosografiche.

Tra i maggiori esponenti, Emil Kraepelin (1856-1926) dedicò i suoi studi principalmente alla sintomatologia e alla dimensione nosografico-descrittiva, definendo così la malattia mentale come entità clinica.

Jaspers affermò che, di fronte a tanti individui, avremmo avuto l’impressione dell’infinito confermando così le numerose e varie caratterologie.

Pone una distinzione rispetto a due specie di tipi:

  • le personalità anormali,
  • modelli espressivi estremi della natura umana
  • personalità veramente malate nate dall’intersezione di un evento processuale su teorie dello sviluppo normale e patologico.

Le definizioni di personalità formulate da diversi autori sono innumerevoli.

Gordon Allport, con i suoi studi approfonditi sul concetto di personalità, dichiarava, già nel 1937, che “le spiegazioni da parte degli studiosi erano così vaste da sembrare una categoria astratta con nessuna ricaduta operativa”. Nonostante ciò, propose la sua definizione di Personalità: “È il modello che ciascuna persona, da essere pensante, sviluppa come modalità di interazione con i tratti di cui è dotato, i contesti sociali con cui viene a contatto e le esperienze della sua vita” (Allport, 1977).

Definì biosociale la definizione più univoca del concetto, rimarcando soprattutto la reazione sociale degli altri all’individuo inteso come stimolo sociale.

La psicologia analitica junghiana offre due accezioni diverse: la prima confermerebbe una molteplicità caratteristica di aspetti psichici e modalità comportamentali che, sono dinamicamente organizzate.

Queste creano un insieme sufficientemente continuativo tale da caratterizzare una continuità e stabilità atta a imprimere una specifica peculiarità al carattere e alle modalità espressive, comportamentali e no.

Questa unione rende l’individuo così come è, a sé stante e diverso dagli altri.

La seconda, invece, consente di stabilire quello che l’individuo esprimerà e farà nelle diverse situazioni in cui si verrà a trovare (Pieri, 1998).

Rilevanti sono state le critiche alla definizione di personalità.

Binswanger, nella sua teoria, rifiuta il concetto di personalità che considera vago e poco utile per cogliere la vera essenza dell’individuo.

Sostiene che il modo elettivo per entrare in relazione e conoscere l’Altro, sia esplicabile attraverso un incontro con il paziente che parta dalle specifiche, tipiche caratteristiche di quello specifico individuo espresse nel suo essere-nel-mondo, nella sua peculiare modalità di esistenza.

Minkowski espone una diagnosi “per penetrazione” (immedesimazione) e, secondo il suo pensiero, è nella “temporalità vissuta” che si può individuare il livello di psicopatologia.

Le attuali modalità di definizione di una diagnosi hanno appieno abbandonato la diagnosi “per immedesimazione”, giacché ritenuta eccessivamente soggettiva, insufficientemente operativa ed empiricamente dimostrabile.

La personalità è da intendersi, come quell’insieme coerente e complesso di aspetti che definiscono l’individuo come essere unico singolare, irripetibile, e che rappresenta dunque l’autentica essenza del nostro essere.

Occorre sciogliere un piccolo nodo, ovvero spesso si confonde il concetto di personalità con quello di identità.

Prendendo a prestito la definizione di Erik Erikson (1910- 1984) è possibile definire l’identità come quel “senso del proprio essere continuo come unità distinguibile da tutte le altre”. L’identità, pertanto, si crea secondo un processo graduale e progressivo durante le varie fasi di sviluppo psico-evolutivo tale che l’individuo possa avvertirsi coeso sia nello spazio, interno che esterno, sia nel tempo, avvertendo la propria soggettiva continuità, e altresì percepirsi quale soggetto intenzionale, e attore delle sue azioni, capace di contenere dentro di sé le proprie emozioni.

Approccio dimensionale e categoriale nei disturbi di personalità

Occorre porre una differenziazione tra un approccio dimensionale, secondo cui i disturbi rappresentano un continuum tra normalità e patologia e tra stili e disturbi di personalità.

Nello specifico i disturbi di personalità ritraggono varianti disadattive di tratti di personalità che si mescolano impercettibilmente con la normalità e tra di loro.

L’ approccio categoriale (per es., la classificazione sull’Asse II del DSM) propone di porre una diagnosi quando un soggetto supera alcune soglie composte da specifici criteri.

Difatti a partire dal DSM-III e fino alle edizioni successive è previsto l’utilizzo di un sistema diagnostico multiassiale, in cui si pone una distinzione tra sindromi cliniche (Asse I) e disturbi di personalità (Asse II).

Nella Sezione III del DSM-5 viene riportato un testo : “Modello alternativo del DSM-5 per i disturbi di personalità” che inserisce l’approccio dimensionale.

Per formulare una diagnosi di disturbo di personalità i criteri interrogano due valutazioni corrispondenti a:

Criterio A: grado di compromissione del funzionamento della personalità;

Criterio B: valutazione dei tratti di personalità patologici.

Ulteriori criteri basati sul Criterio A e B riflettono i due domini definiti funzionamento e tratti di personalità:

Criterio C: compromissione del funzionamento della personalità ed espressione dei tratti di personalità sono relativamente inflessibili e pervasive in una vasta gamma di situazioni personali e sociali;

Criterio D: relativamente stabili nel tempo con insorgenza almeno riferibile all’adolescenza o alla prima età adulta;

Criterio E: non sono meglio spiegate da altro disturbo mentale;

Criterio F: non dipendono dall’effetto di una sostanza o di un’altra condizione medica;

Criterio G: non possono essere considerati normali per la fase di sviluppo e dell’ambiente socioculturale dell’individuo.

Sono implicati anche diagnosi di disturbo di personalità tratto-specifico (DP-TS) quando è manifesto un disturbo di personalità ma non sono soddisfatti i criteri per un disturbo specifico.

È essenziale sottolineare che l’approccio “ateoretico” del DSM ha cercato di associare l’attendibilità diagnostica con un approccio che non tenesse conto delle innumerevoli teorie proposte dalle diverse scuole di pensiero in materia psichiatrica e, quindi, anche nei confronti dei disturbi di personalità (DDP).

Con il DSM-5 il Comitato Direttivo dell’American Psychiatric Association ha rintracciato nell’ approccio dimensionale, un valido strumento con il quale affrontare e risolvere le numerose carenze di un approccio esclusivamente categoriale.

La valutazione del funzionamento di personalità e dei tratti di personalità patologici è utile in ogni diagnosi di disturbo mentale. Nel DSM-5 non c’è stato un approccio così approfondito per gli altri disturbi mentali, presente comunque nei disturbi di personalità.



I principali disturbi di personalità classificati ne DSM V

Il DSM-5 raggruppa i 10 tipi di disturbi di personalità in 3 clusters (A, B, e C), sulla base di caratteristiche simili. Tuttavia, l’utilità clinica di questi clusters non è stata stabilita.

Il cluster A è caratterizzato dall’apparire strano o eccentrico. Esso comprende i seguenti disturbi di personalità con le loro caratteristiche distintive:

Il cluster B è caratterizzato da comportamenti drammatici, emotivi, o stravaganti. Esso comprende i seguenti disturbi di personalità con le loro caratteristiche distintive:

  • Antisociale: irresponsabilità sociale, disprezzo per gli altri, inganno e manipolazione degli altri per guadagno personale
  • Borderline: vacuità interiore, relazioni instabili e disregolazione emozionale
  • Istrionico: ricerca di attenzioni ed emotività eccessiva
  • Narcisistico: grandiosità di sé, necessità di adulazione, e mancanza di empatia

Il cluster C è caratterizzato da comportamenti ansiosi o paurosi. Esso comprende i seguenti disturbi di personalità con le loro caratteristiche distintive:

  • Evitante: evitamento del contatto interpersonale dovuto a rifiuto di sensibilità
  • Dipendente: arrendevolezza e necessità di essere accudito
  • Ossessivo-compulsivo: perfezionismo, rigidità ed ostinazione

Il disturbo paranoide di personalità (PPD)

Il disturbo schizoide di personalità (ScPD)

Il disturbo schizotipico di personalità (DSP)

Il disturbo antisociale di personalità (ASPD)

Il disturbo borderline di personalità (BPD)

Il disturbo istrionico di personalità (HPD)

Il disturbo narcisistico di personalità (NSP)

Il disturbo ossessivo compulsivo di personalità (DOCP)

Il disturbo dipendente di personalità (DDP)




I DISTURBI DI PERSONALITÀ

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