PSICOLOGIA SOCIALE

PSICOLOGIA SOCIALE

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La psicologia sociale è una disciplina che studia le interazioni umane e le relazioni interpersonali a livello di individui, gruppi, istituzioni, nonché le varie tematiche evidenziate dalle situazioni sociali come l’influenza sociale, l’attrazione sociale, la comunicazione, la coesione, il cambiamento che sono alla base delle dinamiche che regolano la vita dei gruppi, delle organizzazioni e delle istituzioni sociali. (U. Galimberti)

La tematica cardine della psicologia sociale è quindi il comportamento degli individui quando si trovano all’interno del loro gruppi di appartenenza e l’influenza che gli altri, siano presenti o meno, possono avere sui singoli.

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Definizione

Un primo contributo importante alla definizione di tale disciplina fu merito di Allport che, nel 1968, descrisse la psicologia sociale come “lo studio scientifico delle modalità attraverso cui i pensieri, i sentimenti e i comportamenti degli individui sono influenzati dalla presenza reale o immaginaria, di altre persone”.

Sempre Allport nel 1985, definirà la psicologia sociale come “lo studio scientifico di come i pensieri delle persone, i sentimenti e i comportamenti, sono influenzati dall’attualità, l’immaginazione, o la presenza implicita di altri”.

Altre definizioni

Lo scopo principale della psicologia sociale è quello di studiare, nel modo più sistematico possibile, i diversi aspetti dell’interazione fra individui, fra gruppi sociali e all’interno di essi e fra gli individui e i sistemi sociali, piccoli o grandi, di cui fanno parte.” (Tajfel,1979)

La psicologia sociale è una disciplina destinata allo studio sistematico dell’interazione umana e delle sue basi psicologiche” (Gergen,1985)

Per psicologia sociale si intende il tentativo di descrivere, in termini scientifici e sperimentali, gli eventi che coinvolgono l’uomo nella vita quotidiana, ovvero i modi in cui due o più individui,o un individuo e l’ambiente in cui vive, interagiscono tra loro.” (Pravettoni,1997)

La psicologia sociale si occupa dello studio delle modalità secondo cui i nostri pensieri, sentimenti e comportamenti vengono modellati dal più generale ambiente sociale, definito in senso lato e di ciò che accade quando più fonti d’influenza entrano in conflitto tra loro” (Aronson;Wilson,1999)

La psicologia sociale è la disciplina che connette l’analisi dei processi psicologici degli individui con l’analisi delle dinamiche sociali nelle quali essi sono coinvolti e studia i modi e le forme con cui l’esperienza, l’attività mentale e pratica e di comportamenti si articolano con il contesto sociale.” (Amerio,2007)

Ambito di studio

Il centro della psicologia sociale è quindi rappresentato dall’influenza sociale.

Compito della psicologia sociale è quello di contribuire insieme ad altre discipline, alla comprensione del comportamento umano, avendo come proprio oggetto di studio una serie di fenomeni specifici che risultano generati dall’intersezione fra processi psicologici e dinamiche sociali.

Gli psicologi sociali tipicamente spiegano il comportamento umano in termini di interazione tra stati mentali e situazioni sociali immediate.

Nella famosa formula euristica di Kurt Lewin (1951), il comportamento (C) viene visto come una funzione (f) dell’interazione tra la persona (P) e l’ambiente (A), concetto sintetizzato da Lewin con C=f (P,A)

Doise (1982) ha individuato 4 diversi livelli in cui lo studio della psicologia si colloca a seconda della natura delle variabili coinvolte nella ricerca:

  • Il livello intraindividuale
  • Il livello intragruppo
  • Il livello intergruppo
  • Il livello collettivo

Il livello intraindividualestudia le modalità con cui l’individuo analizza la realtà e costruisce un’immagine del mondo sociale che lo circonda

Il livello intragruppo – analizza le dinamiche interpersonali tra più soggetti che fanno parte di un medesimo gruppo (es. processi di conformismo, devianza, comunicazione, leadership)

Il livello intergruppo – studia le relazioni tra gruppi sociali differenti (es. identità sociale, favoritismo verso il proprio gruppo, conflitto sociale intergruppi)

Il livello collettivo – prende in considerazione i processi sociali legati al contesto culturale e storico in cui gli individui si trovano ad operare

psicologia sociale

Evoluzione storica

La psicologia sociale è racchiusa fra le sue discipline affini, ossia la sociologia e la psicologia della personalità. Con la prima condivide l’interesse per le modalità con le quali una situazione e la società in generale possono influenzare il comportamento, mentre con la seconda ha in comune il rilievo dato alla psicologia dell’individuo. Tuttavia, gli psicologi sociali lavorano a cavallo di queste due discipline, enfatizzando quei processi psicologici condivisi dalla maggior parte delle persone nel mondo che li rendono soggetti all’influenza sociale.

Lo psicologo sociale si scontra con un grande ostacolo chiamato errore fondamentale di attribuzione, ovvero la tendenza a spiegare il nostro comportamento e quello delle altre persone unicamente in termini di tratti di personalità, sottostimando in tal modo la forza dell’influenza sociale e della situazione immediata.

Convenzionalmente, la nascita della psicologia sociale si fa coincidere con la pubblicazione, nel 1908, delle prime due opere dal titolo Social psychology del sociologo americano E. A. Ross e dello psicologo inglese W. McDougall.

Rilevanti per lo sviluppo della psicologia sociale sono stati anche i contributi di I. P. Pavlov, S. Freud, K. Lewin, M. Wertheimer, L. W. Stern: pur non qualificabili come psicologi sociali in senso stretto, essi hanno dato alla teoria psicologica un impulso formidabile, di cui ha beneficiato a fondo anche la p. sociale.

Tuttavia, questa disciplina si è sviluppata in modo privilegiato negli USA.

La particolare cultura americana, basata sull’idea di progresso affidato alle capacità e all’intraprendenza dei singoli o dei gruppi, fece affermare il paradigma teorico del comportamentismo, il quale si oppose al modello, dominante fino ad allora, dell’introspezionismo.

Comportamentismo e psicologia sociale

Il comportamentismo fu fondato nel 1913 negli Stati Uniti da J.B.Watson (1878-1954)

Il comportamentismo esclude dal campo di ricerca ogni fattore che non sia oggettivo e misurabile, quindi i sentimenti e i processi mentali, ed è fondato sulla sperimentazione in laboratorio.

Per i comportamentisti il comportamento umano non viene più spiegato facendo riferimento a contenuti mentalistici, bensì viene ricondotto al risultato di catene causali di stimoli e risposte secondo un modello di “connessione Stimolo-Risposta(S-R).

A queste condizioni, la sperimentazione diventa l’unico metodo accettabile per lo studio della materia.

Il primo meccanismo di condizionamento è quello studiato da Pavlov, ed è detto il condizionamento classico. Esso postula che ad uno stimolo neutro, possa seguire una risposta che in precedenza era elicitata da uno stimolo diverso incondizionato (è il caso del condizionamento di un cane al suono di una campana quando è il momento di cibarsi, in questo modo, ogni volta che sentirà la campana produrrà il comportamento tipico che avrebbe prodotto in presenza del cibo).

Diverso è il condizionamento operante che si basa sul “meccanismo del rinforzo”. Vengono cioè ripetuti quei comportamenti che vengono premiati da rinforzi positivi (“stimoli appetitivi”) o rinforzi negativi (“cessazione di stimoli avversivi”), mentre vengono estinti i comportamenti che vengono puniti da punizioni.

Fu così che gli psicologi sociali trovarono nel modello di Gordon Allport (1924) il loro modello di riferimento. Egli postulò che non esiste una psicologia dei gruppi che non sia essenzialmente una psicologia degli individui. Tale ottica (comportamentista) venne così adottata, ad esempio, per spiegare la formazione e il cambiamento degli atteggiamenti a seguito degli spot televisivi o della persuasione politica.

Negli anni quaranta i lavori di Dollard e di Bandura rivedono le posizioni originarie dei comportamentisti e ne allargano le prospettive, introducendo l’idea della mediazione mentale nel processo stimolo-risposta, che diviene così stimolo-organismo-risposta (S-O-R).

Bandura introduce anche il concetto di “imitazione” o “modeling”, per identificare un processo di apprendimento che si attiva quando il comportamento di un individuo che osserva si modifica in funzione del comportamento di un altro individuo che ha la funzione di modello. Quindi il comportamento è il risultato di un processo di acquisizione delle informazioni provenienti da altri individui, una teoria che oggi sembra avvalorata dalla scoperta dei neuroni specchio.

Psicologia della Gestalt e psicologia sociale

L’approccio della Gestalt venne formulato in Germania nella prima metà del secolo scorso. Sul finire degli anni Trenta, alcuni di questi psicologi emigrarono negli Stati Uniti per sfuggire alla persecuzione nazista. Uno di questi studiosi fu Kurt Lewin, ritenuto da tutti il padre fondatore della moderna psicologia sociale sperimentale. Lewin visse in prima persona l’antisemitismo crescente già nella sua condizione di giovane professore ebreo nella Germania degli anni Trenta. Questa esperienza non solo produsse un influsso fondamentale sul suo pensiero ma, dopo l’emigrazione in America, contribuì a modellare la psicologia sociale statunitense, facendola crescere assieme a un profondo interesse per l’esplorazione delle cause e dei rimedi del pregiudizio e dello stereotipo etnico.

Come teorico, Lewin applicò i principi della Gestalt alla percezione sociale e a come gli individui comprendono e percepiscono il mondo sociale.

Gli psicologi sociali cominciarono subito a concentrarsi sull’importanza di come le situazioni soggettive vengono costruite dalle persone.

Fritz Heider, un altro fondatore della psicologia sociale, ha osservato che «generalmente, una persona reagisce a quello che pensa l’altro stia percependo, provando e pensando, oltre a ciò che quella persona sta effettivamente facendo» [Heider 1958]. Siamo sempre impegnati a decifrare lo stato d’animo, le ragioni e i pensieri dell’altro.

Avanzata inizialmente come una teoria sulle nostre percezioni del mondo fisico, la psicologia della Gestalt studia il modo soggettivo in cui un oggetto appare alla mente delle persone (la Gestalt, o forma), piuttosto che la combinazione degli attributi fisici oggettivi. Secondo gli psicologi della Gestalt, dobbiamo concentrarci sulla fenomenologia del soggetto della percezione – vale a dire, sul modo in cui un oggetto si presenta alle persone – piuttosto che sui singoli elementi dello stimolo oggettivo.

La teoria della Gestalt pone cioè l’enfasi su fenomeni, così come l’individuo li percepisce e li vive, contribuendo così a far abbandonare l’idea della “tabula rasa” e il paradigma della scuola di Wilhelm Wundt, la quale voleva ricondurre l’esperienza psicologica a singoli elementi costitutivi.

La mente viene quindi studiata in base alla sua capacità innata di strutturare attivamente la realtà. La conoscenza non è più ritenuta come semplice risultato della combinazione passiva dei singoli stimoli, ma si afferma l’idea che il tutto è più della somma delle parti. La tendenza a non analizzare le singole unità che costituiscono una configurazione può peraltro dar conto di quella che viene detta rigidità percettiva (una volta che si è percepita una figura su uno sfondo, diventa difficile concepire poi lo stesso complesso di stimoli in modo differente).

Wolfgang Köhler diede evidenza empirica a quanto affermato dalla Gestalt, dimostrando che il funzionamento della mente di fronte ad un problema è un processo “produttivo”, che non avviene sulla base di tentativi ed errori, ma attraverso un preciso atto mentale che porta a cogliere la relazione tra gli elementi presenti nel campo percettivo si da strutturarlo cognitivamente, da qui la rigidità mentale a cambiare idea una volta che il problema è stato inquadrato in una determinata maniera.

Kurt Lewin, allievo di Kohler, trasferì i principi della Gestalt allo studio dei gruppi ed elaborò una teoria di grande valore: la teoria del campo.

Per campo si intende la totalità dei fatti coesistenti ad un dato momento nella loro interdipendenza (spazio di vita, ambiente sociale; spazio fisico; spazio di confine, dove si incontrano il mondo interno e quello esterno). Questo approccio permette sia di studiare il rapporto tra persona e società, sia le dinamiche del gruppo sociale.

Il gruppo, che è qualcosa di più della somma dei suoi membri, ha struttura propria, fini peculiari e relazioni con altri gruppi.

La teoria del campo rappresentò così un vero e proprio cambio di paradigma, per cui la psicologia sociale non si sarebbe più interessata dell’individuo isolato, ma dei suoi rapporti con l’ambiente, così come veniva percepito dall’individuo stesso.

Anche la metodologia di ricerca veniva modificata: il ricercatore infatti sarebbe intervenuto nell’ambiente osservato modificando il campo di forze e osservandone le conseguenze. Proprio questa nuova metodologia permise di studiare la leadership nelle sue accezioni democratiche, autoritarie e lassiste.

Il “gruppo” rimane l’oggetto privilegiato della psicologia sociale per un periodo molto lungo, cui seguono anni in cui diventa una tematica priva di interesse. Negli anni 1950 vengono sviluppate soprattutto delle mini-teorie tra cui si ricorda quella dell’“equilibrio cognitivo” di Fritz Heider (che dà conto di come siamo portati ad errori di giudizio pur di mantenere un alto livello di autostima) e quella della “dissonanza cognitiva” di Leon Festinger (secondo cui la mente ricerca un continuo equilibrio tra quello che vive, quello che vorrebbe e quello che fa, così da modificare una delle parti in causa quando questo equilibrio manca).

L’approccio cognitivista e la psicologia sociale

A partire dagli anni 1960 si impongono nella psicologia sociale i modelli cognitivisti. Il cognitivismo nasce nel 1967 con la pubblicazione di U.Neisser Psicologia cognitivista

Si contrappone al paradigma S-R del Comportamentismo e si pone come oggetto di studio la mente umana considerata come elaboratore di informazioni.

L’individuo viene cioè considerato come un elaboratore di informazioni che possono provenire sia dall’interno sia dall’esterno.

In questo periodo Noam Chomsky diede inizio ad un nuovo approccio allo studio del comportamento verbale, il quale pone come oggetto di studio, i processi mentali sottostanti la capacità di parlare. Egli individua una serie di regole (regole della trasformazione), che si basano sull’idea della “grammatica generativa”, secondo cui la capacità di parlare la propria lingua non deriva dalla semplice imitazione, esisterebbe cioè una predisposizione innata che ne consente l’acquisizione. Nasce così la “Psicolinguistica”.

Miller, Eugene Galanter e Karl Pribram continuano la critica al modello comportamentista allontanandosi da esso e postulando una nuova unità che caratterizza il comportamento: il Test-Operate-Test-Exit (T-O-T-E). Esso si rifà ad una concezione cibernetica, secondo cui il comportamento sarebbe il risultato di un monitoraggio costante della corrispondenza dell’ambiente alle condizioni programmate.

Ulric Neisser aggiunse un ulteriore elemento in questo campo, teorizzando che gli individui trattengano solo una parte limitata degli stimoli e che sono carenti di informazioni, pertanto devono utilizzare delle strategie di semplificazione che vanno dalla rigidità, alla selezione, al raggruppamento in categorie più ampie.

La mente viene così vista come dotata di grandi capacità di costruzione (costruttivismo) secondo la quale alla raccolta di informazioni si accompagna una vera e propria elaborazione dei dati in entrata.

Viene pertanto superata l’ottica gestalista, e la mente umana viene considerata alla stregua di un computer, per cui le informazioni in entrata si combinano con tutti gli altri dati di cui si dispone producendo così un output inedito.

Jean Piaget diede inizio ad una nuova fase della ricerca psicologico-sociale.

Egli iniziò a studiare lo sviluppo intellettuale il quale porta il bambino a passare dall’uso iniziale di riflessi, ad azioni sempre più complesse fino ad arrivare al pensiero simbolico. L’intelligenza viene vista cioè in termini di adattamento mentale, il quale ha come fine il mantenimento di un equilibrio progressivo tra le nuove conoscenze e quelle che già si possiedono attraverso l’uso di schemi mentali. Avverrebbe quindi un duplice processo, di assimilazione e accomodamento che implica una continua riorganizzazione della mente. In altre parole, gli schemi sono organizzazioni di conoscenze costruiti in maniera dinamica attraverso diverse metodologie a seconda della maturazione dell’individuo (1 intelligenza senso-motoria, neonato; 2 periodo pre-operatorio, due anni; 3 periodo delle operazioni concrete, sei anni; 4 pensiero formale, dai quattordici anni in su)

Gli schemi individuati da Piaget sono alla base di quei comportamenti che possono risultare sbagliati a seguito di interpretazioni errate basata ad esempio sugli stereotipi.

A partire dagli anni 1960, la psicologia sociale europea giunse alla maturazione necessaria per divenire autonoma rispetto a quella americana, e infatti se ne differenziò ponendo l’enfasi sulla dimensione sociale del comportamento individuale di gruppo.

Jerome Bruner concepì il comportamento umano come guidato da scopi, e sottolineò l’importanza dell’influenza che avrebbe la cultura sullo sviluppo mentale. Egli introdusse così il concetto di “categoria mentale”, frutto di un processo di categorizzazione che consentirebbe una sorta di economia cognitiva, la quale consentirebbe a sua volta di andare oltre l’informazione acquisita. Questo processo sarebbe reso possibile dal “format”, che implica una conoscenza sociale comune basata sulla ripetitività, la convenzionalità e la prevedibilità.

Lev Vygotskij (attraverso quella che viene chiamata, la teoria di Vygotskij) pose grande enfasi sul ruolo che hanno cultura e storia (individuale e umana) nella genesi e nello sviluppo delle funzioni psichiche. Egli pose al centro dello sviluppo mentale il linguaggio, il quale una volta acquisito, permetterebbe l’ulteriore sviluppo delle altre funzioni mentali superiori.

Serge Moscovici focalizzò la propria attenzione sulle rappresentazioni sociali della realtà, enfatizzando il processo che fa sì che le idee collettive (costruite attraverso l’interazione con gli altri) si trasformino in elementi cognitivi che guidano la costruzione della realtà sociale.

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Temi principali della psicologia sociale.

Gli schemi e la categorizzazione sociale (come conosciamo noi stessi e il mondo, come ci formiamo le impressioni sugli altri, come categorizziamo persone e gruppi, il pregiudizio, gli stereotipi la discriminazione)

Gli errori e giudizi tendenziosi nelle spiegazioni causali (bias)

Gli atteggiamenti (cosa sono e come si formano gli atteggiamenti, quanto gli atteggiamenti definiscono il comportamento, il cambiamento degli atteggiamenti)

L’influenza sociale e il conformismo (come siamo influenzati dagli altri, il conformismo, l’influenza minoritaria e i processi di obbedienza all’autorità)

La persuasione (caratteristiche del messaggio e della fonte, la comunicazione persuasiva).

I gruppi sociali (L’interazione nei gruppi, la leadership, l’identità sociale)

L’inclusione e l’esclusione sociale (il bisogno fondamentale di appartenenza e cosa accade quando negato)

La discriminazione intergruppi (in quali condizioni discriminiamo gli altri, il conflitto tra gruppi).

Stereotipi e pregiudizi (processi di categorizzazione e dinamiche relazionali)

L’aggressività (spiegazioni individuali e sociali, i media e l’aggressività, come ridurre l’aggressività).

L’altruismo ( l’empatia, le motivazioni dei comportamenti altruistici)

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