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disturbo dello spettro autistico

Il Disturbo dello Spettro Autistico

INTRODUZIONE

L’etimologia del termine “autismo” deriva dal greco antico “αὐτός” (autòs), che significa “sé stesso”. Il termine fu usato per la prima volta in psichiatria dallo psichiatra svizzero Eugen Bleuler nel 1911 per descrivere il ripiegamento su sé stessi e il ritiro sociale, inizialmente come sintomo della schizofrenia.

Successivamente, nel 1943, Leo Kanner lo adottò per definire l’autismo infantile, attribuendogli un significato più specifico relativo a disturbi dello sviluppo e del comportamento; prese in considerazione 11 bambini con disturbi autistici congeniti del contatto affettivo, nei quali sottolineò due caratteristiche essenziali riguardanti la condizione:

  • gravi problemi nell’interazione sociale fin dalla nascita;
  • resistenza al cambiamento.

Quest’ultima caratteristica, secondo gli studi di Kanner, comprendeva anche la presenza di movimenti stereotipati utilizzati dagli stessi bambini per mantenere l’identità nel loro mondo. Ancora oggi molte caratteristiche descritte inizialmente da Kanner sono riscontrabili negli individui




CRITERI DIAGNOSTICI NEL DSM-5 PER IL DISTURBO DELLO SPETTRO AUTISTICO

Con la quinta edizione del DSM, sono state introdotte diverse novità sull’autismo che lo portano a discostarsi dall’ ICD-10. Si pone enfasi al concetto di “spettro” come di un continuum che va da deficit più gravi a meno gravi, come ad esempio la Sindrome di Asperger.

I criteri diagnostici per l’autismo negli adulti, secondo il DSM-5, si basano su due domini principali:

  • deficit persistenti nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale
  • pattern di comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi.

I sintomi del devono essere presenti fin dalla prima infanzia, anche se non diventano manifesti fino a quando le esigenze sociali superano le capacità dell’individuo o possono essere mascherati da strategie apprese successivamente. La diagnosi di Disturbo dello Spettro Autistico deve anche indicare il livello di gravità e la necessità di supporto richiesto.

La diagnosi di Disturbo dello Spettro dell’Autismo secondo il DSM-5 viene posta secondo i seguenti criteri.

CRITERIO A: Comunicazione ed interazione sociale.

I deficit della comunicazione ed interazione si possono manifestare in molti diversi modi. Ad esempio, si può andare da una completa assenza di capacità discorsiva alla compromissione dell’uso del linguaggio per la comunicazione sociale reciproca.

Per considerare soddisfatto questo criterio, devono essere compromesse in modo pervasivo e costante tre abilità relative alla comunicazione ed interazione sociale: la reciprocità socio-emotiva, i comportamenti comunicativi non verbali e lo sviluppo, gestione e comprensione delle relazioni.

Con reciprocità socio-emotiva si intende la capacità di relazionarsi con gli altri e di condividere pensieri e sentimenti.

Generalmente non vi è risposta ai tentativi di coinvolgimento in una conversazione. La persona tende comunque a non cercare per prima lo scambio con gli altri. Il linguaggio, se presente, è generalmente usato per avanzare delle richieste o per denominare piuttosto che per condividere.

Con comunicazione non verbale si intende l’insieme di gestualità, espressività del volto, intonazione del discorso, orientamento del corpo, contatto visivo.

Può essere assente, scarsa o incoerente con la comunicazione verbale. In quest’ultimo caso, si avrà un’impressione di stranezza e rigidità.

È presente difficoltà nelle relazioni, che spesso non sono fonte di interesse. Anche quando c’è il desiderio di fare amicizia, gli approcci sono spesso inadeguati o addirittura aggressivi.

Fin da bambini è assente il gioco sociale condiviso e le attività preferite sono spesso solitarie. Comprendere situazioni sociali risulta macchinoso e non intuitivo. Modalità comunicative complesse come l’ironia o il sarcasmo sono difficilmente comprese

CRITERIO B: Comportamenti, interessi o attività ristretti o ripetitivi

Per considerare soddisfatto questo criterio, devono essere presenti almeno due aspetti tra movimento, uso degli oggetti o eloquio stereotipati o ripetitivi.

Può trattarsi di stereotipie motorie semplici, come battere le mani. Oppure, può essere presente un uso ripetitivo di parole (ecolalia) o oggetti (ad esempio, mettere in fila i giocattoli).

Aderenza alla routine priva di flessibilità o rituali di comportamento.

I comportamenti rituali possono essere verbali, come domande ripetitive e non verbali, come percorrere sempre la stessa strada. È spesso presente la difficoltà ad accettare anche piccoli cambiamenti.

Interessi molto limitati, fissi, anomali per intensità o profondità.

Ad esempio, un forte interesse per gli orari dei mezzi pubblici, per le date di nascita, ecc. Gli interessi particolari sono spesso fonte di piacere. Per questa ragione, durante l’età adulta, possono essere motivazione e mezzo per l’inserimento nella vita lavorativa.

Iper- o iporeattività in risposta a stimoli sensoriali o interessi insoliti verso aspetti sensoriali dell’ambiente.

Può essere osservata una forte avversione per ogni minimo stimolo sensoriale. Al contrario, può esserci un’apparente indifferenza a stimoli anche dolorosi. Luci, consistenze o suoni particolari possono affascinare in modo eccessivo.

Nel DSM 5 sono elencate alcune caratteristiche non necessarie alla diagnosi, ma frequentemente riscontrabili tra le persone con Disturbi dello Spettro dell’Autismo. Ad esempio, la compromissione intellettiva e/o del linguaggio.

Il profilo cognitivo e di abilità è spesso molto irregolare, con punte e cadute spiccate. Questa caratteristica si presenta anche in assenza di compromissioni intellettive. I deficit motori sono frequenti, compresa la goffaggine. L’autolesionismo, i comportamenti sfidanti, l’ansia e la depressione si manifestano durante l’arco della vita con una frequenza superiore rispetto a chi non ha il Disturbo.

Il CRITERIO C specifica che i sintomi devono essere presenti nella prima infanzia. Tuttavia possono non manifestarsi pienamente prima che le esigenze sociali eccedano le capacità limitate. Possono anche essere mascherati da strategie apprese in età successiva.

Il CRITERIO D richiede che le caratteristiche causino compromissione clinicamente significativa dell’attuale funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.

Il CRITERIO E specifica che si tratta di compromissioni non meglio spiegate da disabilità intellettiva o da ritardo globale dello sviluppo. Questo non significa che disabilità intellettiva e Disturbo dello Spettro dell’Autismo non possano coesistere. La comorbidità tra questi due disturbi è infatti frequente. Le due diagnosi possono essere poste contemporaneamente: la comunicazione sociale deve risultare più compromessa di quanto atteso, dato il livello di sviluppo generale.

Nella diagnosi va segnalata la presenza o meno di compromissione intellettiva e/o del linguaggio.

Va inoltre specificato se il disturbo è associato a condizione medica (es. epilessia) o genetica nota (es. sindrome di Rett) o a un fattore ambientale (es. sindrome alcolica fetale). Anche condizioni aggiuntive del neurosviluppo, mentali e comportamentali (es. ADHD) o la presenza di catatonia vanno segnalate (APA, 2013).

I LIVELLI DI GRAVITÀ

I livelli di gravità del Disturbo dello Spettro Autistico sono tre. Sono misurati sulla base della quantità e tipo di supporto necessario. Vengono valutati separatamente nei due ambiti: comunicazione sociale e comportamenti ristretti e ripetitivi.

Da specificare che la stessa persona potrebbe presentare sintomi di gravità diversa a seconda del contesto o del periodo di vita.

Di seguito sono descritti i tre livelli di gravità attraverso esemplificazioni.

LIVELLO 3: “è necessario un supporto molto significativo”

Comunicazione sociale:

Sono presenti gravi deficit. La persona può ad esempio interpellare gli altri solo per soddisfare esigenze e tramite approcci insoliti. Difficilmente risponde quando l’interazione è avviata da altri. Pronuncia poche parole.

Comportamenti ristretti, ripetitivi

Sono presenti difficoltà che interferiscono in modo marcato con il funzionamento. Le difficoltà nell’affrontare il cambiamento, l’inflessibilità di comportamento ed i comportamenti ristretti/ripetitivi sono gravi. È in forte disagio se deve spostare l’attenzione o cambiare l’azione che sta compiendo.

LIVELLO 2: “è necessario un supporto significativo”

Comunicazione sociale:

Sono presenti deficit marcati. Ad esempio, una persona che non dà quasi mai inizio a interazioni con gli altri, spesso solo nell’ambito di interessi molto ristretti e particolari. Anche quando sono gli altri a coinvolgerlo, risponde in modo ridotto o anomalo. Pronuncia solo frasi semplici e la comunicazione non verbale è molto scarsa.

Comportamenti ristretti, ripetitivi

Le difficoltà nell’affrontare il cambiamento, l’inflessibilità di comportamento e comportamenti ristretti/ripetitivi sono gravi sono evidenti. È a disagio e/o molto in difficoltà se deve spostare l’attenzione o cambiare l’azione che sta compiendo.

LIVELLO 1: “è necessario un supporto”

Comunicazione sociale:

Per esempio, una persona che fatica ad avviare un’interazione. Spesso reagisce in modo “strano” alle interazioni avviate da altri, i quali spesso non sono fonte di interesse. Pronuncia frasi complesse, ma fallisce nella comunicazione bidirezionale.

Comportamenti ristretti, ripetitivi

I problemi nell’organizzazione e nella pianificazione ostacolano l’indipendenza. Sono presenti fatica nell’affrontare il cambiamento, inflessibilità di comportamento, comportamenti ristretti/ripetitivi e difficoltà nel passare da un’attività all’altra (APA, 2013).




LE NOVITÀ DEL DSM-5

Nel DSM-IV-R si parlava di Disturbi Pervasivi dello Sviluppo e si faceva riferimento a cinque sottotipi:

  • Disturbo Autistico,
  • Sindrome di Asperger,
  • Sindrome di Rett,
  • Disturbo Disintegrativo della Fanciullezza
  • Disturbo Pervasivo dello Sviluppo Non Altrimenti Specificato.

Con il DSM 5, l’etichetta diagnostica diventa Disturbo dello Spettro Autistico. Si vanno dunque a perdere questi sottotipi, che vengono ora considerati punti diversi di uno stesso continuum.

Ci si propone con questa scelta di rendere le diagnosi più snelle e precise. Lo scopo è permettere ai bambini di iniziare ad essere trattati nel più breve tempo possibile.

L’espressione “spettro autistico” fa riferimento all’enorme varietà presente tra bambini ed adulti con la stessa diagnosi (Vivanti et al., 2013). I deficit possono infatti concentrarsi su diverse aree, e presentarsi a livelli di gravità anche molto differenti, anche a seconda del livello di sviluppo e dell’età cronologica. Inoltre, misure di intervento e modalità di compensazione e supporto possono mascherare le difficoltà (APA, 2013).

I punti di forza e di debolezza di ogni individuo non possono pertanto essere raggruppati in precisi sottotipi, e vanno approfonditi. Le strategie di trattamento sono infatti da essi fortemente determinati (Vivanti et al., 2013).

Inoltre nel DSM-IV-R si parlava di “triade sintomatologica” in relazione al Disturbo Autistico. Essa includeva:

  • compromissione qualitativa dell’interazione sociale,
  • compromissione qualitativa della comunicazione (verbale e non verbale),
  • modalità di comportamento, interessi e attività ristretti, ripetitivi e stereotipati.

Nel DSM 5 il ritardo del linguaggio non risulta più necessario alla diagnosi. La triade sintomatologica diventa pertanto una diade. I primi due criteri DSM-IV R sono unificati nel criterio “comunicazione ed interazione sociale”, mentre rimane l’area dei comportamenti ed interessi ristretti e ripetitivi.

Viene inoltre introdotto un tema importante, ovvero quello dell’aspetto sensoriale. Per la prima volta l’“iper o ipo – reattività agli input sensoriali o interesse inusuale verso aspetti sensoriali dell’ambiente” è accolto come criterio diagnostico.

Nel DSM 5 viene persa un’indicazione precisa relativamente all’età di esordio (3 anni nel DSM –IV –R). Si fa riferimento ad un più generico “esordio nella prima infanzia”. Si sottolinea per la prima volta come l’interazione tra deficit, richieste sociali, strategie compensative ed età dell’individuo possano tratteggiare situazioni diverse. La sintomatologia può così apparire in maniera più o meno evidente.

Nel DSM 5 si utilizzano inoltre diversi specificatori:

  • presenza o meno di deficit nel funzionamento intellettivo e al funzionamento linguistico;
  • associazione con condizioni mediche, genetiche, ambientali, con altre condizioni del neurosviluppo, mentali o comportamentali, e con la catatonia (APA, 2013).

In particolare vi è ora la possibilità di porre diagnosi sia di Disturbo dello Spettro dell’Autismo che di ADHD o altro disturbo.

ICD- 10 E AUTISMO

L’ICD-10, International Classification of Diseases (Classificazione Internazionale dei Disturbi e delle Malattie) dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) è un altro strumento molto utilizzato per la diagnosi di autismo. Nei criteri diagnostici risulta molto simile alle precedenti versioni del DSM. In virtù delle novità introdotte con la quinta edizione, i due strumenti ora si differenziano in modo rilevante.

Le etichette diagnostiche riconducibili ai Disturbi dello Spettro dell’Autismo fanno capo ai “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo” (F84).

Si tratta di Disturbi caratterizzati da un repertorio di interessi ed attività limitato, stereotipato e ripetitivo e da anomalie qualitative delle interazioni sociali e delle modalità di comunicazione. Si tratta di compromissioni osservabili in tutte le situazioni affrontate dall’individuo.

A loro volta, i “Disturbi Pervasivi dello Sviluppo” sono inseriti tra i “Disordini dello Sviluppo Psicologico”. Essi si distinguono per: un esordio nell’infanzia, la compromissione di funzioni che si sviluppano in forte correlazione con la maturazione del Sistema Nervoso Centrale un decorso costante.

F84.0 -Autismo infantile

La compromissione dello sviluppo si manifesta prima dei tre anni. Si caratterizza inoltre da anomalie nell’interazione sociale, nella comunicazione e da un comportamento limitato, stereotipato, ripetitivo.

F84.1 – Autismo atipico

Con questa definizione si vanno ad includere tutti quei quadri sintomatologici che si rendono evidenti solo dopo i tre anni. Include inoltre quelle situazioni in cui non sono soddisfatti tutti e tre i criteri diagnostici dell’Autismo Infantile.

F84.5 – Sindrome di Asperger

Questo disturbo si differenzia dall’autismo per l’assenza di ritardo globale del linguaggio o dello sviluppo cognitivo. Si accompagna spesso a goffaggine motoria. Sono occasionalmente presenti episodi psicotici nella giovane età adulta (WHO; 1994).

Tra i Disturbi Pervasivi dello Sviluppo l’ICD-10 elenca inoltre la “Sindrome di Rett” la “Sindrome disintegrativa dell’infanzia di altro tipo” e la “Sindrome iperattiva associata a ritardo mentale e movimenti stereotipati”.

SINDROME DI ASPERGER E DSM 5

Il DSM 5 elimina la categoria diagnostica “Sindrome di Asperger”, inserita nel DSM – IV. Il termine “Disturbo dello Spettro Autistico” abbraccia infatti una macrocategoria non sottotipizzata. Sta quindi agli indicatori di gravità il compito di distinguere gli aspetti riconducibili a questa sindrome. L’approccio è quindi più descrittivo che categoriale (Vivanti et al., 2013).

SPECIFICITÀ DEL DSM 5 TR

Il DSM-5-TR non ha rivoluzionato i criteri, ma ha introdotto aggiornamenti e chiarimenti importanti:

1. Chiarimenti linguistici

Vengono specificati meglio i termini per rendere i criteri più chiari e meno ambigui, soprattutto nelle traduzioni e nella pratica clinica.

Ad esempio, si sottolinea che i deficit sociali devono essere attualmente presenti, ma possono manifestarsi diversamente in base al livello di supporto.

2. Maggiore enfasi sulla variabilità e sulla dimensione di genere

Il DSM-5-TR riconosce meglio le presentazioni atipiche nei soggetti femminili e in persone ad alto funzionamento (che nel DSM-5 tendevano a essere sottodiagnosticate).

Viene chiarito che le strategie di compensazione sociale (masking) possono nascondere i sintomi, rendendo la diagnosi più complessa.

3. Note sul linguaggio e sulla comunicazione

Si sottolinea che i deficit nella comunicazione non sono solo linguistici ma comprendono anche aspetti pragmatici e sociali.

Il DSM-5-TR distingue meglio tra ASD e Disturbo della Comunicazione Sociale (Pragmatica).

4. Comorbidità

Rafforzata la possibilità di diagnosi multiple, ad esempio con ADHD, ansia, depressione, e disturbi del linguaggio. Nel DSM-5 era meno esplicitato, nel DSM-5-TR è chiaramente indicato.

5. Esempi e specificatori aggiornati

Con il DSM 5 vengono introdotte una serie di novità rispetto ai Disturbi dello Spettro dell’Autismo. Queste novità pongono l’accento sulla grande variabilità di questi disturbi, sistematizzata solo in parte nei tre livelli di gravità introdotti. Il DSM-5-TR offre esempi clinici più ampi, compresi contesti culturali diversi.

Migliore specificazione dei livelli di supporto richiesti (livello 1, 2, 3), con spiegazioni più chiare.

autismo

CONTINUITÀ, DIAGNOSI E INTERVENTO NELLA TRANSIZIONE EVOLUTIVA

Il passaggio dall’età infantile all’età adulta rappresenta una fase critica per le persone con Disturbo dello Spettro Autistico e per le loro famiglie. Non si tratta soltanto di un cambiamento anagrafico, ma di una trasformazione complessa che coinvolge aspetti clinici, psicologici, educativi, sociali e giuridici. Garantire continuità di presa in carico, progettualità e supporto all’autonomia è un obiettivo fondamentale delle politiche sanitarie e sociali contemporanee.

CONTINUITÀ EVOLUTIVA: L’AUTISMO LUNGO L’ARCO DI VITA

Il Disturbo dello Spettro Autistico (ASD) è definito dal DSM-5-TR (APA, 2022) come una condizione del neurosviluppo caratterizzata da deficit persistenti nella comunicazione e nell’interazione sociale, associati a pattern di comportamenti e interessi ristretti e ripetitivi.

Contrariamente a quanto si pensava in passato, l’autismo non è una condizione esclusivamente infantile, ma un profilo neurodivergente stabile lungo l’intero arco di vita.

Durante l’adolescenza e l’età adulta emergono nuove sfide: la costruzione dell’identità, l’integrazione scolastica e lavorativa, la gestione dell’affettività e della sessualità, e la necessità di indipendenza. Queste tappe possono essere complicate da comorbidità psichiatriche (ansia, depressione, ADHD) o da difficoltà di adattamento ai contesti sociali e lavorativi (Lai et al., 2020).

VALUTAZIONE PSICODIAGNOSTICA NELL’ADOLESCENTE E NELL’ADULTO

La valutazione del Disturbo dello Spettro Autistico in età adolescenziale o adulta richiede competenze specifiche e un approccio multidimensionale. Le linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS, 2018) e dell’American Psychiatric Association (APA, 2022) raccomandano una diagnosi basata su osservazione clinica diretta, anamnesi evolutiva e strumenti standardizzati.

Strumenti più utilizzati

ADOS-2 (Autism Diagnostic Observation Schedule – Second Edition): modulo 3 e 4 per adolescenti e adulti.

ADI-R (Autism Diagnostic Interview – Revised): colloquio strutturato con il caregiver.

RAADS-R (Ritvo Autism Asperger Diagnostic Scale – Revised) e AQ (Autism Spectrum Quotient): strumenti di screening autovalutativo per adulti.

Vineland Adaptive Behavior Scales, 3ª edizione (Vineland-3): per la valutazione del funzionamento adattivo.

WAIS-IV o Leiter-3: per il profilo cognitivo.

SCID-5 o MINI: per l’indagine delle comorbidità psichiatriche.

La valutazione deve includere anche un’analisi funzionale del comportamento e delle competenze adattive, integrando dati clinici, psicologici e sociali (Lord et al., 2020).



INTERVENTI E TRATTAMENTO NELL’ETA’ ADULTA

Il trattamento dell’adulto con autismo ha come obiettivo il miglioramento della qualità della vita e della partecipazione sociale, non la “normalizzazione” del comportamento.

Le Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nei disturbi dello spettro autistico (Ministero della Salute, 2018) sottolineano l’importanza di interventi individualizzati, basati su evidenze scientifiche e orientati all’autonomia.

Interventi psicoeducativi e abilitativi

  • Programmi ABA (Applied Behavior Analysis) adattati all’età adulta.
  • Modello TEACCH (Treatment and Education of Autistic and related Communication-handicapped Children), centrato su prevedibilità e strutturazione ambientale.
  • Training sulle abilità sociali e interventi cognitivo-comportamentali (CBT) modificati per ASD, efficaci nella gestione di ansia e regolazione emotiva.
  • Supporto psicoterapeutico individuale o di gruppo, con approccio psicoeducativo e metacognitivo.

Interventi socio-lavorativi e abitativi

Le strategie di inclusione devono prevedere:

  • percorsi di orientamento e formazione professionale, in sinergia con i Centri per l’Impiego;
  • collocamento mirato secondo la Legge 68/1999;
  • progetti di vita indipendente e abitare assistito, in linea con la Legge 112/2016 (“Dopo di Noi”);
  • sostegno alla rete familiare, con servizi di counselling e gruppi di mutuo aiuto.

Legislazione e diritti in Italia

Il quadro normativo italiano tutela la persona con disturbo dello spettro autistico lungo tutto l’arco di vita, riconoscendo il diritto a interventi appropriati, integrati e continuativi.

Principali riferimenti normativi

Legge 104/1992 – “Legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”.

Legge 68/1999 – “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” (collocamento mirato).

Legge 134/2015 – “Disposizioni in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico e di assistenza alle famiglie”.

Promuove la rete integrata dei servizi sanitari e sociali e la continuità di presa in carico anche dopo la maggiore età.

Linee di indirizzo nazionali per l’autismo (Ministero della Salute, 2018) – Documento tecnico che definisce standard di diagnosi, trattamento e transizione.

Piano Nazionale per l’Autismo (2022) – Aggiornamento delle linee di intervento, con focus su adulti e inserimento lavorativo.

LA SFIDA DELLA TRANSIZIONE: dalla neuropsichiatria infantile ai servizi per adulti

La fase di transizione è spesso descritta come una “caduta nel vuoto”, poiché al compimento dei 18 anni i servizi di neuropsichiatria infantile cessano e i servizi per adulti non sempre sono preparati o strutturati per la continuità.

Le Linee di indirizzo ministeriali (2018) raccomandano la creazione di protocolli di passaggio condivisi tra servizi, con:

  • un piano individuale di transizione (PIT) redatto almeno un anno prima della maggiore età;
  • incontri di coordinamento tra équipe pediatriche e dell’età adulta;
  • coinvolgimento attivo della persona e della famiglia nel progetto di vita.
  • Solo una presa in carico integrata può garantire stabilità, autonomia e inclusione reale nella vita adulta.

CONCLUSIONI

Il passaggio all’età adulta nelle persone con disturbo dello spettro autistico rappresenta una sfida sanitaria, educativa e sociale.

Un’efficace continuità di cura richiede una rete integrata di servizi, una valutazione multidisciplinare aggiornata e una progettazione individualizzata che tenga conto dei diritti, delle potenzialità e delle aspirazioni della persona. Promuovere una società realmente inclusiva significa riconoscere la neurodiversità come una forma di ricchezza e garantire pari opportunità di partecipazione in ogni fase della vita.

Riferimenti bibliografici essenziali

American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Fifth Edition, Text Revision (DSM-5-TR). Washington, DC.

Istituto Superiore di Sanità (2018). Linee guida per la diagnosi e il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adulti. Roma.

Ministero della Salute (2018). Linee di indirizzo per la promozione e il miglioramento della qualità e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nei disturbi dello spettro autistico.

Ministero della Salute (2022). Piano di Azione Nazionale per l’Autismo.

Lai, M.-C., Kassee, C., Besney, R., Bonato, S., Hull, L., Mandy, W., … & Ameis, S. H. (2020). Prevalence of co-occurring mental health diagnoses in the autism population: A systematic review and meta-analysis. The Lancet Psychiatry, 7(5), 404–417.

Lord, C., Elsabbagh, M., Baird, G., & Veenstra-VanderWeele, J. (2020). Autism spectrum disorder. The Lancet, 395(10242), 508–520.

Vivanti G. et al. (2013). Towards the DSM-5 Criteria for Autism: Clinical, Cultural, and Research Implications.

NOSOGRAFIA

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