MEDEA O DELLA “MATERNITÀ VIRTUALE”

Assunta Signorelli – Intervento alla tavola rotonda sul film Assassina dei propri figli

L’ irruzione delle nuove tecnologie nel campo della medicina, la trasformazione così indotta intorno ai concetti ed alle stesse definizioni di salute e malattia, di normalità e devianza, ha completamente stravolto il rapporto “natura-corpo-ragione”.
Rapporto che stenta a ri/collocarsi dentro il discorso scientifico e l’ organizzazione sanitaria se non a prezzo di drammatiche forzature e/o rotture epistemologiche che vanificano alla base qualunque aspirazione a risistemarlo in un “nuovo ordine di pensiero” rassicurante perchè totale e gerarchicamente definito.
Forzatura e rottura che in primis coinvolgono le donne non solo perché del corpo sono state rappresentazione e logos, ma anche a partire dalla necessità di ri/comprendere la funzione della riproduzione, da sempre contrabbandata come unica giustificazione logica del loro stesso esistere.
Riproduzione che sempre più si distanzia e diventa altro rispetto alla maternità, dacché il binomio madre-natura é stato definitivamente scisso ed a nulla valgono nostalgie o invocazioni per un ritorno ai bei tempi andati.
Ritorno che, comunque, poco ci interessa dal momento che quei tempi, lungi dal riconoscere il generare come capacità/potere, hanno sempre usato la maternità come strumento di controllo e negazione delle donne riducendole a “vuoti contenitori” da salvaguardare e nascondere al fine di assicurare stabilità e certezza al dominio dei più forti.
Ed é per questo che riteniamo necessario intervenire con forza sulle questioni che quella scissione pone perché, se è vero che la rottura del binomio é avvenuta espropriando le donne del corpo trasformato dalle tecniche in “luogo pubblico” (Barbara Duden), è anche vero, però, che ciò rende possibile affrontare il tema della maternità fuori da ogni sacralità retorica.
Essere madri, oggi, poco ha a che fare con la natura del corpo di donna, con i suoi ritmi, le sue possibilità, capacità o misteri. Le tecniche riproduttive, la scienza che le ha concepite, hanno definitivamente dissacrato e svelato il “trucco del concepimento”. Ormai la gravidanza da esperienza esistenziale si é trasformata in un serial fatto di immagini e diagrammi che ne sanciscono la normalità e, quindi, la possibilità di svolgersi.
Ma se questa é la realtà, se la gravidanza non é più uno stato di “dolce attesa” ma, come dice la Barbara Duden, una sindrome causata dalla fecondazione cosa significa allora essere madri?
Questa, crediamo, sia la questione più importante che si pone dacché in questo quadro di riferimento tutta l’ iconografia legata alla “maternità” perde qualsiasi significato e valore.
Non più modello di riferimento cui bisogna necessariamente aderire pena la non normalità del proprio esistere, riportato dalla tecnologia sul terreno della sperimentazione scientifica, liberato da tutti gli orpelli della mitologia del sacro, il tema della maternità può forse, finalmente, diventare oggetto di confronto tra le donne senza che sia più necessario dividersi tra buone e cattive, tra donne complete e donne dimezzate dacché la identità femminile potrebbe non più fondarsi sulla matrice materna (Rosi Braidotti).
Ci rendiamo conto che ciò può suonare come paradosso, dal momento che le contraddizioni implicite sono molteplici e numerose, ma abbiamo da tempo imparato che é necessario sempre assumere fino in fondo il conflitto che il vivere quotidiano pone rifuggendo dalle facili scorciatoie che lo schierarsi comporta: che senso ha dichiararsi pro o contro qualcosa che comunque avviene?
Nate per fino in fondo espropriare le donne della loro vita e sancire il controllo definitivo sul loro corpo, le tecniche di riproduzione possono divenire strumento di liberazione dagli imperativi categorici che da secoli le opprimono se le donne, come soggetto collettivo composto da identità multiple e differenziate, si ri/conoscono capaci di appropriarsene senza farsi omologare, mantenendo intatta la coscienza di una radicalità necessaria che consente sempre di incidere sulla realtà attraverso pratiche di relazioni in continuo movimento fra centralità e fuori campo (Teresa De Lauretis).
Solo così pensiamo possa essere possibile comprendere quelle esperienze di vita finora relegate nel campo della follia femminile, gesti ed azioni incomprensibili solo per una ragione “pura” che non ha mai sopportato il confronto con la concretezza del quotidiano ma che, invece, racchiudono nel loro accadere ragioni ed emozioni alle donne evidenti. Ci riferiamo in particolare al tema del rapporto madre-figlio, madre-figlia che dentro un nuovo dire può riconquistare senso e significato dal momento che di due persone trattasi e non di un’ unità segnata da un destino comune.
É evidente, infatti, che se la scelta è tra essere “madri virtuose” o “madri virtuali” preferiamo essere donne.

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