I matti non sono più quelli di una volta – Gilberto Di Petta (video)

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Il DSM5 prova a cristallizzare la farfalla nell’ambra, ma non può cristallizzare il volo… Una splendida video intervista allo psichiatra Gilberto Di Petta

Perchè non ci sono più i matti di una volta? … Perchè nulla è più come una volta. Non ci sono più i politici di una volta, gli uomini e le donne di una volta, la natura di una volta, i tossicodipendenti dicono “non c’è più il metadone di una volta”… e non c’è più la “follia” di una volta.

Perchè la follia è con l’uomo, è nell’uomo, ed è cambiata per come cambia la storia.

La psichiatria non ha fatto in tempo ad etichettare la follia che la follia si è spostata.

La “follia” di Michael Foucault era una follia “imbalsamata”, cristallizzata, una follia che era un po’ come la farfalla nell’ambra, la follia fotografata, dipinta, descritta dentro gli asylums… Una follia che si nutriva di se stessa dentro una completa deprivazione del mondo e che in assenza di mondo produceva propri mondi, mondi “altri”… La follia che aveva bisogno di farsi sentire, con la sua puzza, la sua violenza contro le mura che la chiudevano. Era come se la vitalità della farfalla si ribellasse al cristallo di ambra.

Oggi tutto questo non c’è più. La follia ha trovato il modo di eludere sia la nostra chemioterapia, le nostre metodiche più civili e silenziose di imbalsamazione, che i confini rigidi di una società che si è sciolta. .,.

La società borghese ottocento-novecentesca era una società di steccati, di confini , una società dove c’era un dentro e un fuori e dove se si stava “in mezzo” si diventava marginali, stati limite.

Poi questo il “in mezzo” si è dilatato. Oggi non c’è più un “dentro” e un “fuori” e quindi la follia non trova più barriere da scavalcare. E’ diventata una follia che permea la vita di ognuno come l’ombra che accompagna la luce in una sorta di chiaroscuro diffuso, una follia che ha seguito i destini della dimensione psichica che si è completamente estinta.

Ormai è tutto comportamentale; gli stessi sintomi oggi sono “rondini che non fanno primavera” , sono sintomi senza storia, senza struttura, sono detti appunto sintomi del comportamento, sintomi di una sorta di patologia del presente, di un passato che non c’è più, di un futuro che non c’è ancora. E in questa sorta di isola del tempo, di un continuo presente nella quale tutti viviamo, quella che arriva all’attenzione clinica è quella follia che finisce per inceppare quell’ingranaggio che tutti quanti ci consuma e che ci distribuisce e ci fa scorrere come in catene di montaggio, spesso anche alienanti. Potremmo dire quella follia che rompe questo circuito silenzioso di omologazione e di sparizione.

Nei confronti di quella follia, quando emerge, noi ci troviamo in difficoltà, sia nei confronti della follia che circola silenziosamente dentro di noi sia nei confronti della follia che si traveste da normalità, sia nei confronti di quella follia che infrange e che però non riusciamo più a categorizzare con la splendida nomenclatura del DSM V che si moltiplica nel vano tentativo di tornare a cristallizzare la farfalla nell’ambra.

Ma non si può cristallizzare la farfalla, non si può cristallizzare il volo, e dunque la follia dall’essere classicamente una patologia della libertà oggi lancia il suo grido vittorioso di essere invece la garanzia della libertà , e quindi una possibilità tra le possibilità umane.

E l’uomo oltre che tentare di cristallizzare, intrappolare e imbalsamare, farebbe bene a convocarla come interlocutrice, farebbe bene a tentare di incontrarla, perché forse capirebbe qualcosa di più di se stesso. Come scriveva Kierkegaard: “voglio entrare in un manicomio per vedere se la profondità della follia può spiegarmi l ‘enigma della vita”.

Oggi i manicomi non ci sono più, ma con un po’ di passione , con un po’ di tenerezza la follia può essere incontrata dovunque e sicuramente è tra quelle cose che porta dentro di sè il segreto della vita.

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