Franco Basaglia Scritti I: 1953-1968 – Il corpo nell’ipocondria e nella depersonalizzazione

Franco Basaglia Scritti I: 1953-1968

In «Rivista Sperimentale di Freniatria», 80,3,1956

«In psicologia – dice Binswanger – ci sono due cammini da seguire: il primo, allontanandosi da noi stessi, porta ad una concezione teorica, all’osservazione, all’esame e allo smembramento dell’uomo reale, con lo scopo di costruire scientificamente la sua immagine (sotto forma di un apparato, di un meccanismo di riflessi, di un insieme di funzioni, ecc); l’altro conduce in noi stessi, non attraverso un’analisi psicologica per mezzo della quale noi ci obbiettivizziamo, né attraverso un’analisi caratterologica con la quale noi obbietti-viamo le nostre particolarità psicologiche individuali, ma in una maniera antropologica». Ciò significa che l’indagine, rivolta in tale senso, si orienta verso le condizioni dell’essere in quanto nostro e verso le varie modalità e gli aspetti formali della nostra esistenza.

È secondo noi, proprio dalla fusione di queste due strade che si potrà giungere ad una adeguata indagine strutturale di un quadro clinico, soprattutto quando si tratta di fenomeni cosi complessi e singolari come quelli pertinenti la depersonalizzazione, specie nel suo aspetto somatopsichico di cui intendiamo ora trattare. Tale tipo di depersonalizzazione impone, primitivamente, l’esame di quello che è il sentimento di esistenza corporea che appare compromesso; turbamento questo che investe nella sua interezza la realtà somatica mettendone a nudo l’ambigua bipolarità, ambigua in quanto essa può orientarsi, come si è già detto, sia nel mondo degli oggetti che nell’esistenza stessa del soggetto. Nella compromissione di tale realtà di struttura, dunque, la depersonalizzazione somato-psichica, definibile simbolicamente come una «catastrofe somatica», la catastrofe umana che evidenzia nella rottura del dialogo che unisce Me attraverso il mio corpo, la rottura del «rapporto» con il mondo.

Se nella depersonalizzazione autopsichica scorgiamo un turbamento del dialogo Io-Me ed in quella allopsichica l’incrinatura del legame fra Me e la realtà esterna, in quella so-matopsichica, che, non a caso, possiamo mettere fra i due precedenti fenomeni, assistiamo alla rottura dell’elemento intermedio, la realtà somatica senza la quale non vi è dialogo tra l’Io e il Me, né fra questo e la realtà esterna. Il corpo, infatti, ora decisamente oggetto, di pertinenza cioè della strumenta-lità dell’essere, ora interamente soggetto, rappresenta due aspetti che nella patologia mentale vengono sovente confusi, perché non si tiene abbastanza conto, come si è già detto, dell’ambiguità della sua posizione. In quanto oggetto esso rappresenta la sintesi dei dati percettivi che, attraverso gli elementi integratori che costituiscono la sua spazialità, riassume in forma gnosica i limiti e i contorni di questo «strano oggetto», determinando la coscienza del proprio corpo nella spazialità del cosiddetto schema corporeo. In quanto soggetto esso esprime ciò che dalla coscienza del corpo, dalla sua spazialità, si edifica: il sentimento, cioè, di esistenza corporea che nasce dal rapporto con la «materia estesa» e determina l’Io come Mio. Cosi, nelle alterazioni della coscienza del corpo, dello schema corporeo cioè, riconosciamo la patologia della sua «strumentalità», includendo dunque tutte queste sindromi quali i vari tipi di disgnosie corporee; mentre al turbamento del sentimento di esistenza corporea riconosciamo un’alterazione del «Me» che si elabora attraverso un contenuto quale la realtà somatica, che rappresenta la più vera e genuina realtà dell’essere.

Esamineremo, dunque, nel nostro studio, questo secondo problema: la depersonalizzazione somato-psichica quale espressione del turbamento del sentimento di esistenza corporea, senza tuttavia tralasciare di interessarci, seppur limitatamente, dei disturbi della coscienza del corpo, al fine di differenziare la patologia dell’uno da quella dell’altro.

Il ruolo del corpo nella edificazione della «persona».

La depersonalizzazione somatopsichica sembra, a nostro avviso, rappresentare il più singolare dei tre tipi di depersonalizzazione, poiché nell’indagine di questo fenomeno emergono tutti i discussi problemi inerenti i rapporti dell’Io e del corpo. Riteniamo opportuno aprire questa nostra ricerca con un brano di Gemelli al proposito, in quanto le sue considerazioni sull’argomento ci sembrano mettere a fuoco i punti centrali del problema: «Constatiamo che abbiamo un corpo, esteso, sensibile ed in pari tempo che abbiamo consapevolezza che il mondo che percepiamo è diverso e distinto da esso. Vi sono poi azioni che io riferisco al mio corpo, come il vedere, udire, ecc., ed altre come aver fame, aver sete, ecc. In una parola, abbiamo un’attività soggettiva che risulta di problemi conoscitivi sensoriali, di elaborazioni intellettuali, di reazioni affettive, di decisioni volontarie e via dicendo e vi hanno altre attività che riteniamo proprie del nostro corpo. Mentre l’uomo constata questa duplice attività, sperimenta che essa appartiene a lui solo come unità, per ciò l’uomo dice: io vedo, io comprendo, io amo, io voglio, ecc. Con queste espressioni l’uomo intende dire che tutti gli atti e i sentimenti dell’animo, cosi come i movimenti e le modificazioni del corpo, si riferiscono ad un solo oggetto, a questo suo Io».

E così Gemelli conclude:

1) «È incontestabile che nell’universo spazio temporale esiste una parte determinata, il mio corpo, che ha per me una significazione tutta speciale.

2) Io ho sul mio corpo un potere immediato che io non ho sul resto del mondo materiale e vi trovo un aiuto, uno strumento, un mezzo per la mia attività conoscitiva ed affettiva, per lo svolgimento di tutta la mia vita.

3) Il rapporto che vi ha fra il mio corpo e la mia attività sentimentale è diverso da quello che vi ha tra tale mia attività e il mondo materiale che mi circonda».

Si deduce, quindi, da quanto dice Gemelli, che nei rapporti che esistono tra Io e persona, il corpo viene ad assumere una posizione «centrale», determinante e che un turbamento di tali rapporti altera, di conseguenza, la sua posizione: sempre presente, in condizioni normali, ma mai sentito, nella depersonalizzazione somato-psichica, invece, il corpo perde la sua posizione centrica, viene ad assumerne una eccentrica, cosicché il suo essere sentito, il suo essere avvertito ci palesa la singolare aggressione alla personalità. Dice Ey, parlando del fenomeno di depersonalizzazione: «La depersonalizzazione non comincia in effetti che allorquando l’alterazione del corpo è vissuta come un’alterazione del soggetto e non solamente del proprio corpo».

Non tutti gli autori sono d’accordo nell’attribuire al corpo tale ruolo determinante nella formazione della personalità e, di conseguenza, essi non scorgono nella depersonalizzazione somato-psichica una aggressione alla «persona» e considerano tale tipo di depersonalizzazione come un sottoprodotto di quella autopsichica. Krapf, ad esempio, considera due tipi di alterazione del «moi» nei riguardi della depersonalizzazione: il primo si riferisce al «moi» in quanto oggetto ed essendo, per tale autore, il corpo limitato e ristretto al campo della realtà oggettiva, di conseguenza le depersonalizzazioni somato e allopsichica vengono considerate alla stessa stregua. Il secondo tipo di alterazione del «moi» si riferisce invece al «moi» nelle sue funzioni di soggetto ed è a questa particolare alterazione che viene riferita la vera depersonalizzazione, quella autopsichica, la cui turba generatrice è rappresentata dalla «desanimazione», termine creato dall’autore per opporlo alla «derealizzazione» del mondo e della percezione (corpo e mondo ambiente). Dello stesso avviso sono, da noi, Callieri e Semerari che considerano come sola e vera depersonalizzazione la autopsichica, mentre la somato-psichica, rifacendosi a Wernicke che pone il «corpo come facente parte del mondo esterno», è considerata una «derealizzazione», termine creato, come è noto, da Mapother e Mayer-Gross per determinare i fenomeni di estraneamento allopsi-chico. Noi piuttosto siamo dell’avviso con Mayer-Gross, che anziché restringere il concetto di depersonalizzazione al solo aspetto autopsichico, esso sarà da allargarsi includendo la depersonalizzazione somatopsichica e lasciando, per il momento, da parte l’aspetto allopsichico.

Invocando gli orientamenti moderni che considerano la personalità come l’inscindibile unione dell’Io con il corpo, ci sembra invece di dover considerare la depersonalizzazione somatopsichica non come un sottoprodotto di quella autopsichica, ma come facente parte integrante di essa: è appunto tale legame ad unirci al mondo attraverso il corpo quale elemento sensibile, come oggetto dalla cui sensorialità noi veniamo assicurati della nostra realtà. Sono, infatti, le sensazioni che, attraverso il corpo, riceviamo dal mondo esterno e che successivamente elaboriamo in sentimenti, in «vissuto», che ci permettono di attuarci nelle nostre varie modalità di esistenza, cosi che il corpo, da oggetto divenuto soggetto, rappresenta la base d’incontro fra Me e il mondo. Ben dice al proposito Merleau-Ponty: «Il corpo è il veicolo dell’essere al mondo», ed è proprio attraverso tale veicolo, che ci determina spazialmente, che noi possiamo determinarci temporalmente nel nostro Dasein, nel nostro «essere qui». Se ora, portandoci alla fonte del funzionamento psichico, esaminiamo come si svolge il normale atto percettivo, ci sembra di poter trovare conferma di quanto abbiamo ora esposto. Si sa, infatti, come nella normale percezione esista una componente sensoriale ed una organizzazione strutturale di essa, la quale ultima determina il vero atto percettivo. La componente sensoriale della percezione, che non giunge allo stato di coscienza, costituisce quella data forma percettiva di base, necessaria affinché su di essa si possa stabilire un senso al fenomeno percettivo in quanto fatto fisiologico. Su questa base sensoriale si edifica l’organizzazione strutturale della percezione il cui elemento determinante, pur riconoscendo vene differenti altri, ci sembra rappresentato dal «significato» che viene attribuito all’oggetto percepito, in relazione alla nostra esperienza anteriore. Il soggetto, dunque, collegandosi al suo «vissuto», compie un’autentica percezione che, se tale processo non avvenisse, risulterebbe soltanto un insieme di note sensoriali, di sensazioni. Tuttavia anche la sensorialità, i semplici dati sensoriali necessitano di elementi integratori, di una organizzazione cioè che ci dica «che cosa sia» nel suo aspetto di forma (Gestalt) l’oggetto percepito. Ma questa struttura deve essere da noi vissuta per poter comprendere «che cosa esso veramente significhi per noi» e a tale comprensione si giunge attraverso quelli che Jahrreiss chiama «i sentimenti di significato» (Bedeutungsgefhüle) che appaiono completamente diversi dal significato dell’organizzazione sensoriale della percezione.

Se così si determina l’autentico meccanismo percettivo, questo, rapportato alla compagine somatica, ci mostra come quella che diciamo essere la componente sensoriale della percezione è rappresentata dalla base sensibile dell’essere, base che integra ed organizza l’insieme delle afferenze sensoriali, mentre i sentimenti di significato rappresenterebbero i «sentimenti di esistenza corporea»: il corpo, cosi inteso, viene ad essere un Erlebnis, un «vissuto», viene a costituirsi cioè come esistenza, viene ad avvicinarsi all’Io diventando veramente il «Mio corpo».

A questo punto sembra interessante ricordare il concetto di Ichqualitat di Grhule con il quale termine l’autore si riferisce alla maggiore o minore presenza di Ego che vi è in un «atto psichico». Essendo il corpo, come si è visto, sentito come «mio», la sua Ichqualitat sarà massima in quanto esso viene vissuto come facente parte totale della persona. Di uguale avviso sembra essere Schneider il quale, parlando dell’Erleben del corpo, così si esprime: «Quanto più grande è il contenuto di sensazione e, a maggior ragione, di sentimento, tanto più chiara è la Meinhaftigkeit. Cosi, dunque, viene vissuto il corpo, cosi esso si fonde nell’Io: la percezione corporea, da problema puramente gnosico, spaziale, diventa, attraverso il sentimento di significato, sentimento di esistenza corporea ed in tal modo si temporalizza».

Coscienza della personalità e depersonalizzazione somato-psichica.

Considerato in questo senso il problema, presupponendo quanto già si è detto nella prima parte del lavoro relativa all’ipocondria, non ci sembra dunque che il fenomeno di depersonalizzazione sia da riferire ad un’alterazione dello schema corporeo, sia esso considerato nel senso di Schilder o di quello gestaltista di Conrad o dell’immagine corporea di Lhermitte. Infatti, sia che si intenda con questi termini la sintesi delle nostre esperienze corporee, capace di dare un significato alla interocettività o alla propiocettività del momento; sia che esso si ritenga come il semplice risultato di associazioni stabilite in seguito ad esperienze, quale presa di coscienza globale della propria posizione nel mondo intersensoriale (che cioè lo schema corporeo venga ritenuto una «forma» = Gestalt); ugualmente non possiamo spiegarci come fenomeni di ordine esclusivamente psichiatrico che derivano dall’alterazione di un punto vissuto, possano essere messi alla stessa stregua di una alterazione della strumentalità dell’essere. A nostro avviso, dunque, il corpo non è il risultato di una semplice sintesi, ma si struttura nell’integrazione delle sue diverse funzioni, dove il concetto di integrazione supera quello di sintesi.

È dunque nel turbamento di questa «base strumentale» che riscontriamo le alterazioni delle attività che regolano la parte sensoriale della percezione e in tale caso noi parleremo soltanto di una alterazione della sensorialità e non del sentimento di esistenza corporea. Su tale campo percettivo, che rappresenta la coscienza del corpo, si struttura quella che è la coscienza dell’Io i cui caratteri formali, dettati da Jaspers, cioè i caratteri di attività, unità, identità ed il carattere che contrappone l’Io al Mondo, costituiscono la premessa per dare vita a quella che è la coscienza della personalità, nel meccanismo della personalizzazione. «Il fatto – dice Jaspers – che il psichismo sia una percezione, sensazione del corpo, ricordo, rappresentazione o sentimento e riceva questa tonalità speciale del Mio, del personale, del Me, si chiama personalizzazione». La personalizzazione, cioè, è uno stato di coscienza che lega i vari atti psichici nell’uniformare ed integrare le diverse relazioni esistenti fra il mio Io e il Mondo e che unisce gli elementi atti ad integrare in un tutto omogeneo la struttura della personalità. Nella contrapposizione fra Io e non Io, l’Io trova, nel legame con il corpo, la possibilità di opporsi al mondo esterno, giungendo in tal modo ad affermare se stesso. Così dunque ci determiniamo come persona unica e soltanto nostra, dove non esiste distanza fra Io e corpo poiché essi vengono a costituire il tutto armonico ed omogeneo che è il «Mio Io».

Di conseguenza, quando parliamo di depersonalizzazione, sia che il fenomeno si riferisca all’Io o al corpo, la base strutturale appare la medesima poiché in ambedue le situazioni si riscontra un turbamento della coscienza della personalità, della personalizzazione. È appunto questa coscienza, il meccanismo cioè che unisce i vari stati psichici, che appare turbata nel fenomeno della depersonalizzazione, e non già la personalità nella sua struttura. Lo stesso Haug dice che nel fenomeno in esame non si tratta di una turba della struttura della personalità, ma piuttosto dell’esperienza che il soggetto vive di tale turba; se così non fosse si cadrebbe nel concetto di delirio.

Anche se nella maggioranza dei casi la depersonalizzazione rappresenta un momento preparatorio di una situazione delirante, tuttavia, come vedremo in seguito, delirio e depersonalizzazione costituiscono due situazioni da esaminarsi separatamente. Nella depersonalizzazione, anche nel momento in cui il malato si trova scisso in due «personalità», egli è contemporaneamente nella possibilità di controllare la propria personalità, pur non potendo mutare la situazione nella quale vive: è cioè in grado di integrare se stesso soltanto intorno al nucleo della sua personalità che rimane intatto, cosi da poter, anche se in modo parziale e del tutto nuovo, continuare a sussistere come persona.

«La parte dell’Io – dice Cargnello – con cui il soggetto si identifica, continua a sussistere come un’istanza psichica unitaria ed attiva». Da ciò si vede come l’autoanalisi costituisca l’elemento peculiare della depersonalizzazione che, sotto certi aspetti, potrebbe essere comparata alla situazione ipnagogica, a quella particolare situazione, cioè, nella quale il soggetto, non ancora preso dal sonno, può avvertire indistintamente il sussistere di due situazioni: la sua abituale, che egli vive attraverso un meccanismo di rappresentazione, e l’altra che si esprime attraverso l’elaborazione dei dati percettivi esplicati in uno stato di abbassamento di vigilanza, cosicché essi non possono essere esatti né dal punto di vista sensoriale, né da quello del «vissuto»; il malato, infatti, non abituato a questo nuovo, strano modo di percepire, non sa dare un «significato» alla sua inusitata percezione. Stoering, associandosi al punto di vista di Janet, è pure dell’avviso che sia necessario, nel determinismo del fenomeno di depersonalizzazione, specie nel suo aspetto somatopsichico, un abbassamento della tensione psicologica che egli giudica del tipo obnubilamento oniroide (Traumhafte Bennomeneit) e che il linguaggio dei pazienti, espresso nelle varie metafore di irrealtà dei sentimenti provati, sia la conseguenza delle modificate sensazioni somatiche quali importanti componenti della coscienza dell’Io. Il «Traumhafte Bennomeneit» sarebbe dunque, per Stoering, indispensabile al determinismo del fenomeno di depersonalizzazione. Verrebbe, cosi, ad evidenziarsi, come si è detto, un disturbo della coscienza dell’Io nel turbato meccanismo della personalizzazione: disturbo che viene a compenetrarsi, a nostro avviso, nel concetto di coscienza in generale. Si sa, infatti, come Jaspers per coscienza definisca l’insieme della vita psichica presente che, simbolicamente, egli rappresenta come la scena sulla quale i fenomeni psichici particolari vanno e vengono, o il mezzo nel quale essi si muovono, intendendo la coscienza come una corrente continua.

Nella opposizione che egli fa fra la coscienza degli oggetti e la coscienza di sé, viene a concentrarsi la sua concezione fenomenologica, poiché le alterazioni dello stato di coscienza non sono tanto quelle che l’osservatore riconosce, bensì quelle che il soggetto esperimenta quando avverte di non aver più l’unità della coscienza di sé, la possibilità cioè di legarsi al mondo. «Tutta la nostra vita psichica – dice Jaspers – può presentare nel suo insieme dei gradi di coscienza differenti, dalla coscienza chiara all’incoscienza, passando attraverso la coscienza turbata».

Quando parliamo, però, di coscienza non intendiamo rifarci con questo termine a concetti di carattere etico, poiché la psichiatria rifugge dal considerare la coscienza come forma superiore di giudizio morale, quanto piuttosto ad una funzione di vigilanza di sé, dell’essere presenti a sé per giungere alla strutturazione degli elementi che costituiscono l’« attualmente vissuto». Una «coscienza» viene quindi ad esprimere un atto cognitivo ed intellettivo e, in questa sintesi degli elementi attualmente vissuti, viene ad essere un’esperienza vissuta, un Erlebnis nel quale, oltre alla pura percezione, si mescolano tutti quegli elementi quali i ricordi, l’immaginazione, il reale che appunto lo rendono tale.

In questo modo la coscienza viene a rappresentare una struttura gerarchizzata, un ordine sul quale si svolgono «sia le operazioni noetiche che le percezioni, gli affetti necessari alla rappresentazione della realtà oggettiva e soggettiva vissuta secondo ciò “que je suis et ce qui est là-maintenant”» (Ey). La coscienza, dunque, viene ad essere ciò che è l’attualmente vissuto, un elemento integratore dell’attività personale. Con ciò non si deve confondere coscienza con personalità, in quanto a quest’ultima appartiene essenzialmente l’attività riflessiva, le operazioni creative, in definitiva, le varie modalità di esistenza. In altre parole, lo stato di coscienza mantiene ben vigile e ben chiara la contrapposizione fra l’Io e il mondo, cioè difende nel suo meccanismo integratore la soggettività dell’Io nei confronti dell’oggettività del mondo. Il guardarsi, l’osservarsi, il non riconoscersi come se stessi sia somaticamente che psichicamente (fenomeni questi propri del sentimento di depersonalizzazione) ci sembrano invero appartenere non già ad un disturbo della struttura della personalità, bensì ad un disturbo del campo di coscienza, nel senso che questa non permette l’integrazione dei dati elaborati dalla personalità; in altre parole, ad una mancata realizzazione del meccanismo della personalizzazione.

Tali considerazioni teoriche trovano, a nostro avviso, nella clinica la loro conferma pratica. L’incertezza, l’autoanalisi, la comparazione sono tutti dati clinici che mostrano come il depersonalizzato, anziché «vivere» il proprio Io, il proprio corpo, la propria realtà, osservi questi elementi integratori della propria personalità come dal di fuori, come «cose» non sue. Situazione questa, si badi bene, profondamente diversa da quella dell’ipocondriaco le cui lamentele cenestopatiche e preoccupazioni ipocondriache possono dar adito a confusioni: il depersonalizzato del proprio corpo si esprime in maniera comparativa, egli analizza e mette in dubbio il senso di irrealtà che sconvolge sé attraverso il proprio corpo, l’ipocondriaco, invece, afferma quasi in maniera delirante la realtà del suo «male immaginario».

Struttura psicopatologica della depersonalizzazione somatopsichica.

Abbiamo detto che nel fenomeno di depersonalizzazione assistiamo alla scissione dell’unità organo-psichica che viene a costituirsi nell’individuo nel momento in cui il corpo si personalizza, quando cioè da oggetto, da semplice materia estesa, diventa parte integrante dell’Io: in tale fenomeno scorgiamo, dunque, come il corpo, considerato contemporaneamente quale soggetto ed oggetto, diventi soltanto oggetto. Ora, se pensiamo che nel fenomeno di depersonalizzazione somatopsichica si riscontra sovente un concomitante fenomeno di depersonalizzazione allopsichica, per il quale si evidenzia una certa irrealtà del mondo ambiente, vediamo come anche il corpo, oggettivamente vissuto, si mescoli alla realtà esterna. Non riteniamo venga a determinarsi una vera e propria scissione fra l’Io psichico e il corpo, ma pensiamo che il fenomeno in esame sia dovuto ad una mancata elaborazione dei dati sensoriali in «vissuto», per un turbamento proprio di questo «vissuto» che viene ad alterare i «sentimenti del significato» che costituiscono il campo percettivo. Non è la coscienza del corpo che viene turbata ma la coscienza della personalità, la personalizzazione. È così, dunque, che si altera la coscienza personale, quell’atto di coscienza cioè che lega e dà un’attività alle operazioni mentali riunendo, in un tutto omogeneo, passato e presente al vissuto che costituisce la personalità individuale.

Questo particolare disturbo della coscienza determina un singolare Erlebnis, una particolare situazione che fa vivere il soggetto in un modo del tutto nuovo, in quanto egli osserva come dal di fuori la «decomposizione contemplativa di se stesso» (Folliti). Si tratta, quindi, di un disturbo della coscienza di cui il soggetto è consapevole, non già di una alterazione della coscienza intesa unicamente come vigilanza, anche se in tale situazione si evidenzia un seppur lieve abbassamento di essa. Se questo abbassamento fosse di maggiore entità, non potrebbe, come dice Mayer-Gross, sussistere l’autoanalisi, fenomeno ritenuto indispensabile all’organizzarsi della depersonalizzazione, come sostengono Haug, Schilder, Stoering, Follin, ecc.; autoanalisi che rappresenta una attitudine introspettiva, esprimente la consapevolezza del malato di fronte ai sentimenti di irrealtà che costituiscono il sentimento di depersonalizzazione nei suoi vari aspetti.

Al fenomeno di autoanalisi fa riscontro il profondo turbamento affettivo che si traduce in uno stato angoscioso di interrogazione: l’alterazione affettiva, partendo da un estrinseco turbamento dell’Io, si proietta nel mondo delle relazioni interpersonali, rendendo consapevole l’ammalato del «muro psichico» che lo divide dagli altri. La depersonalizzazione, dunque, rappresenta, per l’individuo che la vive, l’improvvisa mancanza della comunicazione, l’incrinatura del rapporto umano, dell’affettività intesa come contatto e non già come espressione della proiezione delle istanze affettivo-istintive, affettività – contatto di cui abbiamo più volte parlato e che rappresenta uno dei cardini dell’antropologia fenomenologica. Essa, in altre parole, esprime l’alterazione della «relazione simpatetica basica» di Gebsattel e Straus, del Begegnung, del «modo dell’amore e dell’amicizia» di Binswanger, della «rencontre» di Bujtendjk e Rumke, dell’affettività contatto» di Minkowski, alterazione che, secondo il nostro punto di vista, sta dunque alla base del fenomeno in questione e può evidenziare sia l’inizio di una forma psicotica, come quello di una bouffée ansiosa che sgretola parossisticamente la coscienza della personalità, su una base nevrotica. Nel fenomeno di depersonalizzazione, quindi, l’alterazione non sta soltanto in un turbato svolgersi della percezione nel suo meccanismo fisiologico; ciò che si presenta invece alterato è il legame del vissuto, quale elemento chiarificatore del significato dell’atto percettivo stesso, ed è a ciò che sembrano devoluti l’irrealtà ed il sentimento di sdoppiamento della personalità nella quale vive il soggetto, che da un lato percepisce gli elementi senza «comprendere» quale «significato» essi abbiano per lui, dall’altro vive sterilmente nel suo «vissuto» non più legato alla percezione, cosicché ogni azione viene privata dello slancio vitale che la rende mia, personale ed unica. L’angoscia che tale situazione determina è la conseguenza, dunque, del mancato dialogo fra l’Io e il mondo, dell’impossibilità di convertire in sentimenti vissuti le percezioni esterne; angoscia che lascia l’individuo nella assurda situazione di non poter vivere né del suo mondo percettivo, né dei suoi sentimenti che non sono «più legati alla realtà».

Tale turbata situazione ritroviamo appunto nel fenomeno di depersonalizzazione somatopsichica, dove scorgiamo un chiaro esempio dell’impossibilità di mantenere un legame tra la spazialità corporea e gli elementi che la strutturano in personalità. Non si formano, quindi, le relazioni fra il passato e il presente, evidenziandosi cosi uno squilibrio della «temporalità», e la percezione viene a perdere il carattere essenziale nei suoi «sentimenti di significato», cosicché essa potrà attuarsi solo in maniera incompleta, pur non mostrando alcuna modificazione della sua base sensibile. L’alterazione del tempo, cui abbiamo ora accennato, deve naturalmente essere intesa quale turbamento di un tempo «vissuto» che porta, di conseguenza, ad un turbamento del tempo cronologico. Il depersonalizzato, privato della possibilità di integrare il tempo, cade, per usare un’espressione di Minkowski, in un dualismo malato, perdendo, di conseguenza, il sincronismo vissuto, la dinamica vitale ed entrando in una staticità di vita dove il meccanismo ideativo, non più legato ad una coscienza, si compie in maniera disordinata.

La situazione che viene, dunque, a crearsi si presta ad essere apparentemente confusa, come si è già accennato, con il delirio, tuttavia fenomenologicamente noi preferiamo tenere ben distinti questi due aspetti psicopatologici, in primo luogo perché non tutte le depersonalizzazioni sfociano in sindromi psicosiche, secondariamente perché i cosiddetti deliri a base di sentimento di depersonalizzazione, come li chiama Balvet, sono vissuti, come vedremo in seguito, in maniera del tutto diversa dai veri e propri sentimenti di depersonalizzazione, anche se potenzialmente questi contengono quelli.

Partendo da tali presupposti, non accordiamo con Ajuria-guerra e Hécaen quando dicono: «Secondo l’intensità di questi fenomeni di separazione fra il corpo e lo spirito, fra sé e il mondo, questi malati del tempo possono presentare tutti i quadri dell’estraneità corporea, dal dubbio esistenziale, alle lamentele corporee schizofreniche, alla depersonalizzazione». Ma, a nostro avviso, si deve considerare non tanto il grado di intensità di questi fenomeni di separazione fra il corpo e lo spirito, in quanto non tutte le depersonalizzazioni sono parallele, poiché variano a seconda del fondo sul quale esse si edificano: di conseguenza, non potremmo fare una questione di profondità di lesione ma di livello strutturale leso. Se una depersonalizzazione può essere il prodromo di un delirio, essa, d’altra parte, non può essere considerata un tema, un contenuto di coscienza in quanto ciò che importa nel delirio non è tanto il contenuto, anche se a tipo depersonalizzante, ma, come vogliono Jaspers, Minkowski, Ey, ecc., la convinzione delirante, mentre ciò che caratterizza la depersonalizzazione è proprio la mancanza di tale credenza, rappresentata dagli elementi che la determinano (autoanalisi, incertezza, comparazione, ecc.). La depersonalizzazione è, infatti, una situazione soggettiva, non è uno stato ma uno stadio attraverso cui transita la personalità, prima di declinarsi in una determinata forma clinica.

Nel caso della depersonalizzazione che insorga in un terreno nevrotico, essa si verifica per lo più parossisticamente, costituendo una delle manifestazioni patologiche che caratterizzano questo particolare quadro clinico; situazione parossistica questa che evidenzia una transitoria «aggressione alla coscienza della personalità», determinata da una bouffée ansiosa che mette in risalto la particolare labilità della struttura di base e nella quale il sentimento di depersonalizzazione evidenzia la labile integrazione dell’Io nei confronti del mondo, nell’indistinta relazione fra soggetto ed oggetto che caratterizza il fenomeno di depersonalizzazione in generale. Negli stati prepsicotici, per il soggetto che sta vivendo l’invasione di una psicosi, sia essa malinconica o schizofrenica, la depersonalizzazione invece verrebbe a rappresentare un sintomo di allarme che si potrebbe considerare quasi come l’avvertimento alla personalità dell’invasione delirante che si manifesta a mano a mano che progredisce la processualità della sindrome dissociativa e dove il sentimento di depersonalizzazione viene a perdere le sue caratteristiche. L’incertezza, l’autoanalisi cadono, prevale il distacco dalla realtà, l’autismo ingloba il sentimento di depersonalizzazione strutturandolo in delirio, cosicché la dissociazione schizofrenica mostrerà una caricatura di quella che era la depersonalizzazione prepsicotica, in quanto essa viene vissuta solo oggettivamente, priva cioè di quei caratteri di umano pathos che accompagnano la cosciente primitiva esperienza del distacco dal mondo e dalle cose, distacco dal proprio corpo che esprime, come si è detto, la prima fase del «dramma» schizofrenico.

Con quanto abbiamo riferito, ci siamo sforzati di dimostrare come depersonalizzazione e delirio rappresentino due fenomeni che, pur avendo una continuità, vanno separatamente studiati, possedendo essi due differenti fenomenologie. Se il primo può essere un’anticipazione del secondo, se cioè la depersonalizzazione contiene in germe il delirio, tuttavia essa non può essere posta alla stessa stregua di quest’ultimo, altrimenti il fenomeno di depersonalizzazione verrebbe a perdere la sua importanza psicopatologica e dovrebbe essere considerato soltanto una forma attenuata o abortiva di delirio. Il linguaggio del depersonalizzato rappresenta una metafora, quello del delirante corrisponde all’intero suo mondo, evidenziando la sua oggettività che è anche la sua soggettività.

La depersonalizzazione somatopsichica nelle psicosi e nelle nevrosi.

Per i suoi caratteri di transitorietà la depersonalizzazione non rappresenta, dunque, come abbiamo visto, una sindrome particolare, bensì una situazione psicopatologica riscontrabile sia in stati nevrotici che in stati evolutivi psicotici: essa non costituisce, quindi, una malattia ma uno stadio attraverso cui transita la personalità, prima di declinarsi stabilmente in una determinata forma clinica. L’indagine psicopatologica di questo singolare fenomeno, orientata sia su piano teorico che clinico, può dare dei risultati interessanti nella ricerca genetica delle sindromi nelle quali il fenomeno in esame si manifesta, e ciò per il fatto che, dalla osservazione del suo modo di evolvere, noi possiamo scorgere di quale intensità sia il grado dissolutivo cui la personalità soggiace, dissoluzione questa evidenziabile allorquando la depersonalizzazione tende a scomparire. Colto, infatti, inizialmente, il sentimento di depersonalizzazione non mostra particolari differenze sul piano clinico, sia che si sviluppi su piano nevrotico o psicotico, ma piuttosto quando tale sentimento sfuma, quando scompare, cioè, quel lieve abbassamento dello stato di coscienza indispensabile al suo determinarsi, solo allora si evidenzia di quale entità sia stato il fatto dissolutivo e a quale struttura, nevrotica o psicotica, si sia riorganizzata la personalità alterata.

A questo punto, prima di procedere nella nostra indagine, ci sembra necessario trarre alcune conclusioni:

1) Il fenomeno di depersonalizzazione non è una sindrome a sé, ma solo una particolare situazione che, pur costituendo gran parte di un quadro clinico, tuttavia non lo rappresenta nella sua totalità: tale Erlebnis, di conseguenza, dovrà essere considerato come solo ancorato ad un quadro nevrotico o ad uno stato evolutivo psicotico.

2) La depersonalizzazione non è l’espressione di una turba della struttura della personalità, ma è l’evidenziamento di un particolare Erlebnis, della esperienza cioè che il soggetto vive di tale turba; si tratta di una alterazione della coscienza di sé, di un turbamento del meccanismo di personalizzazione. Ciò che risulta, dunque, alterato è l’«attualmente vissuto», evidenziandosi in tal modo un disturbo della coscienza, intesa come elemento integratore dell’attività personale.

3) Non esiste depersonalizzazione di alcun tipo, sia essa auto, somato o allopsichica, se non vi è presente il carattere di autoanalisi.

4) Allorquando un quadro psicotico conclamato presenta caratteristiche riportabili alla depersonalizzazione, esse non sono tali che in apparenza: si tratta, invero, soltanto di una elaborazione delirante del primitivo stato di depersonalizzazione. Così le sindromi di Cotard, come i deliri di trasformazione corporea, come qualsiasi altro contenuto che abbia elementi riportabili ad uno dei tre tipi di depersonalizzazione, non sono che deliri che con il sentimento di depersonalizzazione hanno soltanto un rapporto di similarità: il loro essere a base di sentimento di depersonalizzazione non riveste che un’importanza marginale in quanto ciò che è essenziale in un delirio non è il suo contenuto bensì la credenza delirante.

Per quanto riguarda la depersonalizzazione come espressione di un quadro evolutivo psicotico, essa, come è noto, può svolgersi in una duplice maniera: o si attenua e scompare lasciando il campo ad un delirio di tipo malinconico o schizofrenico di diverso contenuto, oppure, quando scompare l’autoanalisi, pur permanendo il carattere di depersonalizzazione, questo non sarà che un particolare contenuto di un delirio dove non è tale contenuto che ha importanza, bensì la credenza delirante. In altre parole in questo secondo caso si costituiscono deliri schizofrenici o malinconici il cui contenuto è a base di sentimento di depersonalizzazione.

Circa l’evoluzione su terreno malinconico della depersonalizzazione, essa, secondo alcuni autori, scomparirebbe in quanto i sentimenti depressivi, quando il quadro malinconico si mostra nella sua completezza, vengono ad inglobare la capacità di autoanalisi. Si devono a Straus e Gebsattel studi approfonditi sul sentimento di depersonalizzazione in stati depressivi. Gebsattel, in particolare, attraverso l’analisi di un caso di malinconia, ritiene il sentimento di depersonalizzazione riportabile alla «melanconia anestesica» di Jonsonn: questa particolare forma comporta – secondo l’autore – un «sentimento universale di vuoto» nel quale si riassumono tutti e tre i tipi di depersonalizzazione: quello del «vuoto psichico» (aspetto allopsichico) e quello riferito alla sfera corporea (aspetto somatopsichico). Anche negli stati malinconici, sempre secondo Gebsattel, la depersonalizzazione, come pure la derealizzazione, presenta fondamentalmente turbata la capacità di porsi in «rapporto», in «comunicazione» con il mondo in quanto, qualunque dei suoi tre aspetti si esamini, risulta sempre intaccata l’unità dell’Io, evidenziando quasi una divisione dell’Io stesso. Pur rappresentando l’aspetto somatopsichico della depersonalizzazione notevole importanza nelle sindromi malinconiche (in quanto esso costituisce il contenuto di quelli che saranno i deliri tipo Cotard) tuttavia in questa malattia è l’aspetto allopsichico che si incontra più comunemente, come sintomo di allarme nei vari tipi di stati depressivi.

Per quanto riguarda la schizofrenia, invece, le alterazioni corporee inglobate nel sentimento di depersonalizzazione costituiscono un quadro quanto mai importante all’inizio di tale psicosi. Non si deve confondere però la depersonalizzazione – come insegnava Wernicke – con la perplessità e lo smarrimento, sintomi che direttamente preludono all’instaurarsi della situazione autistica ma che, pur presentando aspetti simili a quelli del sentimento di depersonalizzazione, conglobano, a differenza di questo, senza tuttavia obbiettivarsi completamente, tutto l’essere di quello che sarà lo schizofrenico conclamato. Cogliere una sindrome processuale schizofrenica attraverso il sentimento di depersonalizzazione somatopsichica, risulta di particolare interesse, in quanto è possibile scorgere in esso gli elementi iniziali di quell’esperienza delirante primaria cui il fenomeno in esame appartiene: si evidenzia così l’incrinatura della coscienza dell’Io, l’alterazione della personalizzazione, situazione questa che prelude all’instaurarsi progressivo del delirio. Il sentimento di depersonalizzazione somatopsichica rende dunque consapevole l’individuo del progressivo affievolimento della sua capacità di contrapporsi al mondo, della compromissione dei propri sentimenti di unità, di attività e unicità, situazione che avverte il soggetto del graduale allontanamento dal mondo che si attua in quella che è l’oggettivazione del proprio corpo.

Così ci descriveva tale esperienza uno schizofrenico qualche mese prima dell’inizio della forma conclamata: «Avverto, guardandomi allo specchio, come se il mio volto fosse cambiato, come fosse il volto di un altro. So che è mio ma egualmente non lo sento mio». La sindrome, che era iniziata con tali singolari sensazioni corporee, qualche tempo dopo si modificava ulteriormente: «Ho l’impressione – diceva il nostro soggetto – che le guance si siano gonfiate, che il mio volto abbia cambiato configurazione». A mano a mano che la processualità invadeva la personalità del malato, diminuiva la soggettività delle sue esperienze ed egli non le viveva più ma obiettivizzava, una volta scomparsa l’autoanalisi, il suo sentimento di depersonalizzazione somatopsichica fino a cadere in un delirio di trasformazione corporea e di scompaginamento della propria spazialità somatica.

Tuttavia non sempre il sentimento di depersonalizzazione si trasforma, come si è visto, in un delirio di depersonalizzazione. In molti altri casi, come la clinica insegna, tale sentimento scompare allorquando progredisce la dissociazione schizofrenica. Questa «esperienza», dunque, è l’evidenziamento di una situazione che porta al delirio e che prelude, attraverso la destrutturazione della coscienza di sé, a quello che sarà poi il mondo autistico. Se in esso ritroviamo delle esperienze di depersonalizzazione, esse non saranno espressione dell’alterazione di una personalità predelirante, ma piuttosto le incomprensibili espressioni deliranti del mondo autistico del soggetto, vissute attraverso la sua esperienza corporea. Non si dovranno imputare cosi a disturbi della coscienza della personalità, non sarà dunque una iniziale alterazione del meccanismo di personalizzazione, ma tali esperienze rappresenteranno la proiezione di ciò che è il profondo turbamento della struttura della personalità. L’esperienza di depersonalizzazione somatica predelirante viene cosi vissuta, come già detto, come un «allarme», come l’avvertimento della rottura del «rapporto» con gli altri, come una incrinatura della «comunicazione» quale espressione di un turbamento dell’affettività intesa come contatto: della frattura infine fra sé e il mondo attraverso il corpo. Mentre il soggetto, in tale situazione, vive la sua esperienza attivamente in uno stato affettivo angosciante, quando l’autoanalisi cade, quando il malato entra nella pseudorealtà del suo mondo autistico, l’alterato Erlebnis corporeo non viene più «vissuto ma narrato».

Sia le esperienze preschizofreniche che quelle di tipo autistico riguardanti gli alterati sentimenti corporei, riconoscono, invero, diverse interpretazioni. Alcuni autori, infatti, le ritengono riportabili alla famosa «sindrome interparietale», postulando cosi una lesione cerebrale generatrice di tali esperienze; altri le riportano ad una lesione focale di origine parietale, evidenziamento, come diremo in seguito, di un turbamento dello schema corporeo; infine altri vedono, nelle espressioni di depersonalizzazione somatopsichica degli schizofrenici, delle metafore riferibili alla particolare struttura mentale che si è venuta a determinare come conseguenza dell’insulto morboso. Anche se si ritengono tali esperienze riportabili ad una alterazione cerebrale più o meno diffusa, ciò che pensiamo sia alla base dei due tipi di alterazione della so-matogenesi nella schizofrenia è rappresentato da una profonda dissoluzione della coscienza e della personalità, riportabile a due diversi momenti dell’evoluzione della sindrome processuale. Questi momenti rappresentano l’uno il sentimento di depersonalizzazione somatopsichica e l’altro le incomprensibili espressioni riferite al corpo, appartenenti cioè alla struttura del delirio autistico schizofrenico. Il solo vero aspetto della depersonalizzazione, dunque, determinato da un’alterazione della personalizzazione, è l’espressione della prima tappa della fase dissolutiva che, una volta scomparsa, ci mostra a quale struttura si sia organizzata la personalità, turbata dal processo morboso, riorganizzazione che, in questo caso, si struttura su base autistica.

Se, come abbiamo visto, la depersonalizzazione somatopsichica rappresenta un campo di indagine molto fecondo nel terreno dei quadri evolutivi psicotici, per quanto riguarda lo studio del formarsi di un delirio, altrettanto importante risulta la depersonalizzazione nevrotica. Basti pensare che tutte le prime descrizioni di depersonalizzazione, da quelle di Krishaber, a quelle di Dugas, a quelle di Janet, sono in gran parte riportabili a sindromi nevrotiche in prevalenza di tipo ossessivo. Dalla concezione di Krishaber, che basava i suoi concetti sulle teorie sensualistiche e che pensava che il turbamento della percezione si realizzasse a causa di una vasocostrizione del distretto vasale mesocefalico; alla concezione puramente psicologica di Janet che faceva risalire l’origine del sentimento di depersonalizzazione all’abbassamento della tensione psicologica, ponendola sotto il capitolo dei sentimenti di incompletezza; si giunge alle concezioni fenomenologiche di Jaspers che pone, come carattere fondamentale, l’alterazione della coscienza di sé, evidenziata clinicamente nel persistere di un serrato dialogo interiore che arriva alla coscienza. «È l’Io – egli dice – che vede se stesso e il suo corpo ma, pur riconoscendolo come suo, non lo vive; è la possibilità di vivere contemporaneamente due stati affettivi… il mio Io si sente sdoppiato ed è nello stesso tempo uno, egli vive dei due insiemi affettivi che restano separati ed ha ugualmente coscienza dei due». Nelle sindromi nevrotiche il sentimento di depersonalizzazione rappresenta soltanto uno degli aspetti della forma morbosa, sia che essa si svolga su un fondo isterico che, come più comunemente si verifica, su un fondo ossessivo dove, come si sa, la particolare struttura di questi soggetti sembra costituire un terreno ottimo all’instaurarsi dell’autoanalisi e dell’incertezza, fenomeni peculiari al costituirsi della depersonalizzazione.

Fra i casi che abbiamo trovato sfogliando la letteratura, uno ci è sembrato particolarmente interessante per scorgere come il sentimento di depersonalizzazione somatopsichica si svolga in un soggetto nevrotico. Séglas riporta infatti un caso di cui ci sembra opportuno riferire alcuni brani, molto simili, invero, alle espressioni del soggetto che verremo a trattare in seguito. Si tratta di una agorafobica che avvertiva un sentimento di sdoppiamento del proprio Io quando usciva di casa. «Io perdo la coscienza del mio corpo – essa affermava – che è come davanti a me, io ho la coscienza che debbo camminare ma non ho la coscienza della mia propria identità e che sono io che cammino, io che faccio degli sforzi per provare che sono ben io e sovente debbo interrogare un passante, entrare in un negozio per parlare, domandare qualche cosa, al fine di dare una prova che io sono veramente io». Séglas riteneva che questi profondi turbamenti della coscienza personale fossero la conseguenza delle alterate sensazioni cenestesiche, tali da portare il soggetto a mettere in dubbio la propria personalità. E noto, infatti, come secondo le concezioni meccanicistiche fossero ascritte al turbamento della cenestesia le anormali sensazioni denunciate nelle metafore dei depersonalizzati. Con tali teorie vengono spiegati i disturbi della percezione e della rappresentazione del corpo, ritenendo la turbata funzione dei sentimenti di esistenza corporea come riferita ad un ipotetico disturbo della «sensibilità». Foester, per primo, Deny e Camus in seguito, rifacendosi ai presupposti di Wernicke sulla somatogenesi, affermavano che, anche se non si riscontrano obbiettivamente turbamenti né neurologici né fisiologici della cenestesi, esiste un profondo turbamento della sensibilità. E ciò in quanto essi ritenevano le sensazioni come la fusione di due elementi, l’uno sensoriale specifico, l’altro devoluto alle sensazioni organiche di origine muscolare. La loro associazione determinava il senso del reale come lo intendeva Janet: nella depersonalizzazione del proprio corpo, come nelle sindromi di negazione tipo Cotard, veniva ad essere disturbato l’elemento miogeno della percezione, in tal modo era impedito al processo percettivo di giungere alla coscienza. Con questo meccanismo si determinava la sindrome in questione, per la mancata partecipazione, cioè, di tali ipotetici elementi miogeni nell’atto percettivo: tutto ciò sarebbe stato all’origine della perdita del carattere di realtà delle impressioni corporee.

È noto come, già allora, tali teorie fossero combattute da Bonnier (1893) al quale si possono far risalire i principi informatori da cui ebbe, in seguito, origine il concetto di schema corporeo di Schilder e, in particolare, quello dell’«immagine corporea» di Lhermitte. Bonnier, rifiutando le conclusioni di Foester, Deny e Camus, proponeva una visione molto più ampia circa le genesi dei sentimenti di depersonalizzazione somatopsichica: secondo tale autore responsabile delle alterazioni della coscienza del corpo non è un intrinseco disturbo della cenestesia; ciò che, secondo Bonnier, risulta compromesso è la «spazialità corporea» che si traduce nella perdita di quello schema spaziale del nostro corpo che tale autore appunto per primo propose. L’apparato organico che regola questo senso di spazio è rappresentato dall’apparato labirintico di equilibrio nel quale, dice Bonnier, il nervo specifico vestibolare merita di essere denominato «nervo dello spazio». Per tale autore il termine di cenestesia, nel suo significato etimologico di «sensazione comune», non ha alcun senso fisiologico: ciò che vi ha di comune a tutte le sensazioni è la definizione topografica, la nozione di spazio, di localizzazione e ciò in quanto il concetto di spazio è da riferirsi a tutti i distretti della sensibilità, siano essi periferici o centrali, distretti che contribuiscono a definire l’orientamento oggettivo e soggettivo. Il turbamento di tale armonica figurazione spaziale viene a sostituirsi al generico turbamento della cenestesia, cosicché il problema viene spostato sulla incapacità gnosica dell’ammalato di considerare il proprio disturbo.

Nella concezione che abbiamo ora enunciata, la nozione di spazio viene ad assumere un’importanza particolare, in quanto le sensazioni, spazializzate in diverse zone topografiche corporee, determinerebbero di conseguenza, oltre la coscienza del corpo, il sentimento della nostra personalità: cosi, una sindrome che sconvolge tale topografia spaziale, aggredisce anche la personalità, essendosi essa costituita su una base sensibile. La sindrome, che da tale turbamento deriva, veniva da Bonnier denominata «aschematie». Come si vede, dunque, non ci sembrano molto lontane da questa le concezioni di Lhermitte sulla immagine corporea, né quelle di Schilder sull’originario concetto di schema corporeo che cosi suona: «Lo schema corporeo è la rappresentazione spaziale, l’immagine tridimensionale che ognuno ha di se stesso».

Possiamo, dopo quanto abbiamo detto, e prima di passare a considerare le moderne concezioni in proposito, attribuire alla sola alterazione della spazialità corporea, al turbamento del corpo come elemento sensibile, l’origine del sentimento di depersonalizzazione somatopsichica? Potremmo, cioè, ritenere il turbamento della personalità che riscontriamo in questo singolare fenomeno come riferito allo sconvolgimento dell’elemento sensibile della percezione? E ancora, sono le metafore del depersonalizzato del proprio corpo la conseguenza soltanto di un’alterazione del campo percettivo, turbato nei meccanismi che determinano la sua organizzazione nei vari distretti sensoriali?

La risposta a questi quesiti pensiamo di trovarla, più che in considerazioni soltanto teoriche, nella clinica che potrà darci degli elementi concreti su cui basare le nostre argomentazioni. Nel caso che ora illustreremo, infatti, ci sembra di poter risalire, attraverso considerazioni particolari, a delle conclusioni di carattere generale che potranno chiarire i problemi che ci siamo ora posti.

A. G., anni 31, maestro elementare: psiconevrosi fobico-ossessiva.

Si tratta di un maestro elementare di trentun anni nella cui anamnesi familiare si riscontra una zia paterna che sofferse di vari episodi a tipo maniacale, e uno zio materno che vive gravemente mutilato in seguito ad un tentativo di suicidio. Il padre morì di tbc polmonare, la madre è vivente e soffre di disturbi cardiaci. Il paziente è l’ultimo di dieci fratelli, di cui sei sono morti in tenera età, mentre gli altri godono ottima salute e non hanno mai presentato alcuna anomalia della sfera psichica.

Il soggetto, fin da bambino, ha mostrato un comportamento sempre molto riservato, timido, scontroso. Con l’inizio della scuola si accentuarono tali caratteristiche a cui si unirono scrupoli esagerati per quanto riguardava il problema religioso; con l’andar degli anni, a mano a mano che si andava formando la propria personalità, cominciò a presentarsi una esagerata tendenza introspettiva che si evidenziava in ogni manifestazione della sua vita; egli era sempre combattuto da una forte indecisione, fatto questo che lo obbligava talvolta a tralasciare i compiti ai quali si applicava. Terminate le scuole elementari, fu obbligato ad abbandonare lo studio in quanto le precarie condizioni finanziarie familiari (contadini) non gli consentirono l’ingresso alle scuole superiori. Egli tuttavia cercava di sfruttare il tempo che gli restava libero dal lavoro dei campi per farsi, autodidatticamente, una cultura, aiutato in ciò anche da una ragazza alla quale egli era legato da un legame affettivo, senza tuttavia sentirsi mai sicuro del proprio sentimento nei suoi confronti. Fino a questo momento (il paziente aveva allora vent’anni) non accusò alcun disturbo della sfera psichica: accettava la sua costituzionalità, anzi, come succede frequentemente in questi soggetti, ne era lusingato poiché proprio attraverso l’introspezione e le esagerate analisi trovava elementi per primeggiare nel suo ambiente.

Stimolato da una certa ambizione e da una decisa volontà di elevarsi dal suo piano sociale verso quello della fidanzata, che era la maestra del paese, egli riuscì in tre anni a conseguire il diploma magistrale e a mettersi sullo stesso piano culturale di lei. Tuttavia, data la sua tendenza introspettiva, egli aveva l’impressione che la loro precedente esistenza fosse stata troppo differente e tale considerazione lo portava ad interminabili monologhi sull’opportunità o meno di sposarsi. In questo periodo cominciò ad avvertire dei disturbi imprecisati rappresentati da una certa astenia, insonnia, tachicardia, disturbi tutti che egli imputava all’intensa applicazione mentale. Con l’andar del tempo, anziché attenuarsi, tali disturbi si accentuarono cosicché il paziente cominciò a preoccuparsi e ad «ascoltare» ogni sua minima sensazione molesta, a ricercare di continuo le cause dei suoi malesseri. Questa situazione, che perdurava in parte da diversi mesi, si era acutizzata dopo che egli conseguì la già detta licenza magistrale: in questo periodo sopraggiunse infatti uno stato ansioso che si verificava a crisi, accompagnato da tachicardia, sensazioni cenestopatiche non definite e da una ridda di scrupoli e incertezze in ogni campo. Dopo qualche mese le crisi ansiose che fino allora si erano manifestate come ansia libera, si accompagnarono ad un contenuto rappresentato dalla paura di dover morire in un determinato giorno e in una determinata ora, il che egli faceva risalire alla predizione avuta da una chiromante quando era bambino; altre volte ancora era colto, sempre in maniera parossistica, dalla paura di dover impazzire. A ventiquattro anni sposò, superando, seppur con mille riserve, tutte le sue incertezze nei riguardi del matrimonio. Questa nuova sistemazione di vita gli fu di stimolo per vivificare tutta la sua sintomatologia. In questo periodo si verificò un altro nuovo sintomo, rappresentato dalla paura, come egli dice, del «sempre», degli «spazi vuoti» e da un’indefinita, dolorosa sensazione di «venir meno». Questi ultimi fenomeni preludono, a quanto dice il paziente, alla situazione che a noi maggiormente interessa, quella cioè del sentimento di depersonalizzazione somatopsichica. Due anni fa, infatti, cominciò una nuova impressione che sarà bene lasciare narrare al paziente perché ogni descrizione cade di fronte alla precisione delle sensazioni che questi particolari soggetti avvertono allorquando la loro vertiginosa introspezione li porta ad analizzare cosi minutamente i loro sentimenti di depersonalizzazione:

«Due anni fa mi incominciò un’impressione nuova: talvolta la mente serena vede dall’alto il corpo come si desanimasse, vede le membra muoversi, sa che sono sue ma non le sente legate, la mano sente il volto, ma l’una e l’altra sembrano dipendere da centri diversi. Toccandomi la faccia mi pare che sia un involucro estraneo pur sapendo che è mia e perfino la pelle del volto pare perdere il senso del tatto, per cui stringo quasi per avvivarla e avvertirla. Tale impressione avverto talora in tutto il corpo che sembra staccarsi dalla vitalità, dandomi un senso di vertigine e di venir meno. Resisto spesso ed osservo questo fenomeno nei suoi minimi particolari: mi pare perfino che i riflessi nervosi periferici non giungano al cervello per farvi sentire l’intensità delle sensazioni tattili o vi giungano smorzati come una lampadina che appena rosseggi. Se mi metto a pensarci su, simile sensazione si fa subito sentire. Spesso però è improvvisa e violenta quando neanche ci penso. Quando sono in tali condizioni, se mi guardo dentro, cioè se voglio vedere il mio Io come vedo la mia faccia nello specchio, sento che quasi sono in due, mi fa paura e mi provoca l’angoscia che ho descritto. Ecco un fatto che mi è successo mentre ero a pranzo in una trattoria: vidi un giovane che mi rassomigliava alquanto, mi sentivo a disagio, sapevo che io ero io e lui era lui, ma dovevo distrarmi per il timore di vedermi quell’altro io di fronte, quasi mi pareva che la mia mente passasse vicino alla sua col pericolo di venire assorbita, in modo che rimase la confusione, l’incertezza dei precisi confini del mio Io. Un po’ la stessa cosa di quando mi vedo nello specchio: cioè la paura di vedere me stesso in due, paura di rompermi, il disagio di osservarsi come estranei, staccati da noi stessi. Ora, ripensandoci su, c’è un parallelismo fra questa estraneità spirituale e psichica, cioè io che osservo il mio Io come oggetto esterno a me stesso; ed io che osservo il mio corpo come estraneo, meglio staccato da me. Quando provo intensamente la prima temo di impazzire, quando avverto la seconda ho paura di venir meno: queste sono le forme di estraneità che provo. Estraneità fisica non localizzata stabilmente: ora è la mano che vedo scrivere, mia consapevolmente, estranea fisicamente. Talora questa mano, cosi osservata, incespica, trema, scatta, scrivendo a sbalzi, ora che ci ripenso la mano vorrebbe quasi incespicare ma si riprende… Sono le mani che osservo scrivere, portarmi come pezzi di un automa il cibo alla bocca (che fredda sensazione!), dondolarmi ai fianchi mentre cammino, stese sulle ginocchia come quelle di un morto, ecc.. Poi il corpo, dalla testa in giù, lo vedo portarmi in giro come l’operatore porta la marionetta per il palco, le gambe che una dopo l’altra mi vengono sotto gli occhi, tutto il corpo che sembra far rumore dentro al vestito, che io trascino e che voglio tenere in piedi perché non mi lasci per la strada; la mano appoggiata alla fronte sente questa come un masso pesante, come una scatola vuota, sente sotto il polpastrello il teschio… Tenga conto che questi sono paragoni per spiegarmi, non che io mi vedessi proprio in tale stato…»

Quando abbiamo parlato della depersonalizzazione su fondo nevrotico abbiamo aggiunto che la sua apparenza clinica non mostra invero differenze con una fenomenologia depersonalizzante su fondo psicotico e si è detto inoltre che, solo allorquando il sentimento in esame sfuma, si potrà vedere a quale livello si sia strutturata la personalità sconvolta dal processo morboso. Così ci sembra, dunque, giustificato riconoscere nel fenomeno in questione non già un disturbo della struttura della personalità, bensì una destrutturazione di ciò che è l’orientamento dell’Io nello spazio e, contemporaneamente, all’interno dell’Io stesso; vale a dire un disturbo della coscienza intesa come elemento integratore dell’attività personale. Tale squilibrio dell’attività percettiva dell’Io può essere, da un punto di vista neurofisiologico, ricercato nella cenestesia periferica, nel diencefalo, come anche nel tronco cerebrale. Kleist e Kuppers pensano si tratti di una lesione da riferirsi a formazioni vegetative del tronco cerebrale o ancora altri autori trovano come nell’ipotalamo siano da localizzare, con la funzione di vigilanza, quelle attività della coscienza che sono deputate all’integrazione dei dati forniti dall’esperienza autopercettiva. Tutte queste teorie si possono riassumere in quelle concernenti il centroencefalo di Penfield come «dispositivo deputato alla regolazione dello stato di coscienza nel vasto sistema cortico sottocorticale» che regola le attività di vigilanza. Come si vede, dunque, la maggior parte degli autori riconosce l’estraneità del corpo, nel fenomeno in esame, indissolubilmente legata ad una alterazione della vita istintivo-affettiva, situazione quest’ultima dipendente dalle formazioni neuroanatomiche sopra dette. Tale alterazione, allorquando riesce a predominare, determina, attraverso il sintomo ansia, tutti quegli elementi antagonisti a ciò che è la coscienza di sé, producendo di conseguenza una deficienza delle esperienze autopercettive responsabili del sintoma depersonalizzante. Il caso che abbiamo ora descritto sembra essere un esempio di parossismo ansioso, dove appunto la depersonalizzazione è determinata da vari episodi di poussée ansiose che implicano un primo abbassamento, un lieve grado di destrutturazione del campo di coscienza, situazione questa che corrisponde all’alterazione della coscienza di sé. Le stesse parole dell’ammalato ci sembrano confermare quanto abbiamo detto: «Spesso [tale sensazione] è improvvisa e violenta… quando sono in tali condizioni, se mi guardo dentro, cioè se voglio vedere il mio Io come vedo la mia faccia allo specchio, sento che quasi sono in due, mi fa paura e mi provoca l’angoscia».

Qual è, dunque, l’intrinseco significato delle metafore attraverso cui il soggetto tenta di manifestare la sua singolare situazione? Questo suo ricorrere, per esprimere il proprio stato, alle sensazioni, al mondo della sensorialità, corrisponde effettivamente ad una reale compromissione sensoriale su un piano neurofisiologico? Tali espressioni sono soltanto delle comparazioni? È nota, al proposito, la classica tesi di Blondel che egli espose nella «conscience morbide»: egli infatti dice che la coscienza malata è irriducibile alla coscienza normale e ciò è ben visibile dal fatto che il soggetto, nelle sue metafore, tenta di esprimere, in un linguaggio ormai adattato al vivere sociale, degli stati propriamente individuali concernenti l’esperienza del proprio corpo. Per Blondel la cenestesia è usualmente vissuta come una massa indistinta che soggiace alla coscienza chiara e questo in quanto la coscienza normale, adattata al vivere sociale, non esprime ciò che è profondamente nostro. Ma è sotto la spinta di elementi fisiologici e psicologici che «la massa indistinta» affiora alla coscienza chiara e mostra qualche cosa di ineffabilmente individuale, non rapportabile all’esperienza anteriore: ne risulta, da tale contrasto, una angoscia indicibile che il soggetto tenta di esprimere con metafore su metafore.

Troviamo la spiegazione di Blondel, su un piano di psicologia collettiva, alquanto seducente, tuttavia essa ci sembra discutibile in primo luogo perché, pur rapportandosi la coscienza normale al vivere sociale, è d’altra parte vero che ciò non elimina quello che è profondamente nostro, non elimina cioè il sentimento di esistenza corporea il quale non viene ad essere intaccato da ipotetici fattori psicologici o fisiologici. È piuttosto l’atto percettivo che risulta turbato proprio per quanto riguarda quei «sentimenti di significato» che, nel nostro caso, sono rappresentati dal sentimento di esistenza corporea; se alla coscienza chiara si sovrappone, nel fenomeno di depersonalizzazione, una coscienza turbata è perché il mondo delle immagini, liberato dal danno morboso, altera il normale svolgersi della percezione, ponendo l’individuo in una singolare situazione, quella cioè di oggettivizzare il proprio corpo, di possederlo ma, nello stesso tempo, di non sentirlo proprio. Non sembra, dunque, da imputarsi ad una ipotetica turba sensoriale primaria, ad un’alterazione della cenestesia la metafora del depersonalizzato del proprio corpo. Di ciò è conferma anche quanto dice Gruhle riferendosi alle esperienze deliranti primarie: «Le turbe percettive sono determinate dall’esperienza delirante stessa e non il contrario». I nostri sensi, infatti, oltre ad avere una portata sensoriale, posseggono una portata vitale; in altre parole, noi oltre ad avere un corpo, una coscienza del corpo, lo viviamo, abbiamo cioè il sentimento della nostra esistenza corporea. Di ciò è assai significativo il dire del nostro ammalato: «Toccandomi la faccia mi pare sia un involucro estraneo, pur sapendo che è mia; perfino la pelle del volto pare perdere il senso del tatto per cui stringo quasi per avvivarla e avvertirla».

Che cosa ha perduto il nostro soggetto? Ha perduto la propria gnosi corporea? Ci sembra invero di no: egli, se pur negativamente, è conscio di avere un corpo tanto che lo avverte. Ha forse perduto la sensazione tattile? Anche in questo caso ci sembra di dover rispondere negativamente in quanto egli non mostra un’alterazione della percezione sensoriale ma manifesta, nella sua metafora, la perdita vitale del suo senso tattile, poiché non basta possedere il tatto come espressione della percezione ma tale funzione sensoriale deve essere, per determinare il vero atto percettivo, organizzata da un sentimento tattile, cioè dal tatto nella sua funzione vitale. Allorquando si parla, infatti, di una determinata funzione ci si può riferire ad essa in un senso proprio e in un senso metaforico o immaginativo. Questi due termini, che sono nel linguaggio comune indissolubilmente fusi, sembrano in un certo senso separarsi allorquando si considera la metafora del depersonalizzato in quanto, avendo egli perduto la possibilità di esprimersi nell’aspetto concreto, razionale della sensorialità, si estrinseca invece attraverso l’aspetto immaginativo, metaforico della funzione stessa. Egli, in altre parole, ha perduto ciò che è la spinta vitale di un senso, il concetto cioè di sé nei confronti del proprio corpo. Il depersonalizzato non può più contrapporsi agli altri cosicché tenta, ipertrofizzan-do metaforicamente l’espressione linguistica, di porsi nuovamente, in uno sterile sforzo, nel giro del mondo. Gli viene a mancare dunque quel senso vitale per cui l’esistenza si «scolora», perde l’affettività, il sentimento di esistenza corporea che ci determina nel contatto affettivo con gli altri.

Ritenendo in tal modo la metafora del nostro depersonalizzato, non «si rischia – come dice Follin – di aggravare l’alienazione del malato considerandolo estraneo a sé e a tutta l’umanità», ma ci sembra piuttosto di scorgere ciò che di «veramente nostro» viene ad essere intaccato nella depersonalizzazione e, non a caso, diciamo che nel suo aspetto somatopsichico l’angoscia che il soggetto prova a causa della compromissione del sentimento di esistenza corporea, costituisce una conferma che il corpo, nel suo aspetto di vissuto, rappresenta una tappa fondamentale nella edificazione della «persona», perché è proprio nel sentimento di esistenza corporea e nella sua compromissione che sorgono le assillanti interrogazioni concernenti l’esistenza e il divenire del corpo e, attraverso tale interrogazione, si evidenzia quella che è la misteriosa materialità dell’essere, il problema della sua realtà.

Quando infatti l’individuo si corporeizza nel determinarsi come persona, quando cioè si contrappone al mondo esterno, deve possedere la rappresentazione di una unità, a volte psichica, a volte fisica, del proprio Io e, per far ciò, egli deve identificarsi e nello stesso tempo contrapporsi ai propri simili: è verso l’altro che egli dirige tutta la sua potenza affettiva ed è in questo altrui che egli si confonde e si immedesima. È appunto tale fondo affettivo che riscontriamo essere leso nel fenomeno di depersonalizzazione, sia esso auto, somato o allopsichico, situazione questa che si compie non come conseguenza di un’alterazione del corpo inteso nel suo significato di organo percettivo e motore, ma come alterazione della sua vita affettiva profonda, come la rottura del rapporto con gli altri. Cosi l’individuo non potrà più dirigere verso il mondo la sua potenza affettiva, essendo disturbato lo svolgersi della personalizzazione attraverso ciò che è la materialità dell’essere (corporeità) e non la sua materia sensibile (corpo).

Tale situazione viene a determinarsi, dunque, per un disturbo della coscienza dell’Io, evidenziamento dell’alterazione dell’antinomia tra la soggettività dell’Io e l’oggettività del mondo. Questa alterazione, quindi, impedisce il normale svolgersi degli atti percettivi e inibisce la possibilità di ridurre ad esperienze proprie un accadimento esterno, cosicché qualsiasi fatto psichico viene confusamente sentito come non proprio: il corpo viene «avvertito» e la sensazione non è più mia e personale in quanto è diminuita o addirittura scomparsa la possibilità di convertire in vissuto il fatto percepito, sia esso, come dice Jaspers, un ricordo, una rappresentazione o una sensazione corporea.

Nel soggetto che abbiamo ora descritto si trovano presenti tutti e tre i tipi di depersonalizzazione, pur evidenziandosi in primo piano quello somatopsichico. Si badi bene che è difficile riscontrare un solo tipo di depersonalizzazione non accompagnato da almeno uno degli altri due e anche quei casi che sembrano manifestare solo fenomeni di depersonalizzazione autopsichica, quando vengono ben indagati evidenziano sempre presenti, in forma più o meno chiara, anche gli altri due aspetti. Ciò, secondo noi, avverrebbe in quanto nel fenomeno in esame il soggetto subisce una «derealizzazione», vale a dire l’essere nella sua totalità viene oggettivizzato. Se vogliamo parlare di una derealizzazione del corpo, dovremo parlare, quando ci riferiremo alla depersonalizzazione autopsichica, anche di una derealizzazione del proprio Io, cioè di una «eccentricità» dell’Io che, ponendosi alla periferia, viene messo alla stessa stregua di quello che il corpo e la realtà esterna. I tre tipi di depersonalizzazione ci sembrano, dunque, dover essere conglobati in un unico fenomeno, di conseguenza quando si parla di uno di essi si è portati inevitabilmente a trattare anche degli altri due.

Depersonalizzazione somatopsichica e schema corporeo.

Prima di lasciare il commento del caso descritto, ci sembra necessario porre in rilievo un altro problema che ci viene direttamente proposto dalle parole stesse del paziente: «Osservo il mio corpo come estraneo, o meglio staccato da me… è la mano che vedo scrivere, mia consapevolmente, estranea fisicamente… sono le mani che osservo scrivere, portarmi come pezzi di un automa il cibo alla bocca… poi il corpo, dalla testa in giù, lo vedo portarmi in giro come l’operatore porta le marionette per il palco, le gambe che una dopo l’altra mi vengono sotto gli occhi, tutto il corpo che sembra far rumore dentro il vestito, che io trascino e che voglio tenere in piedi perché non mi lasci per la strada». Il dire del nostro ammalato mette in evidenza una turbata coscienza del corpo o una turbata coscienza di sé, cioè del proprio sentimento di esistenza corporea? Questa domanda ci porta ad altra che ci siamo posti prima di presentare il nostro caso clinico: se cioè l’alterazione, responsabile della depersonalizzazione somatopsichica, sia da riferirsi al corpo nel suo significato di organo percettivo motore, cioè nei suoi elementi sensoriali o al corpo nel suo significato di esistenza corporea. Su questo problema, appunto, verte la dibattuta discussione fra i fenomeni di depersonalizzazione somatopsichica e quelli a tipo disgnosie corporee: prima di entrare, tuttavia, su tale argomento ci sembra opportuno fare una se pur breve premessa.

In condizioni normali noi non abbiamo mai coscienza del nostro corpo, ma tuttavia accade che, per determinate condizioni anche fisiologiche (stanchezza, emozioni, stati ipnagogici, ecc.), noi possiamo avere la netta impressione dell’assenza di una parte del nostro corpo; egualmente in fenomeni patologici nei quali viene riconosciuta una determinata lesione dell’encefalo, si assiste ad un singolare misconoscimento di determinati segmenti corporei. Cosi, per fattori diversi, viene a strutturarsi un fenomeno che possiede degli aspetti apparentemente simili: viene a turbarsi cioè quella che è l’immagine del corpo che, come ognuno sa, non è mai una rappresentazione cosciente ma, come dice Lhermitte, una funzione di integrazione di sensazioni e di percezioni che formano, per la loro sintesi, ad un livello subliminare di coscienza, ciò che è lo schema corporeo. Nelle due situazioni cliniche che ci siamo ora proposti troviamo, dunque, per un turbato stato di coscienza, una alterazione dello schema corporeo, alterazione che però viene diversamente vissuta. Pur ammettendo che la sintomatologia apparente presenti nelle due situazioni accennate una certa somiglianza, il soggetto che in seguito ad un turbamento fisiologico avverte l’assenza di una parte del corpo, è consapevole di tale sua situazione, mentre nel caso dell’asomatognosico, situazione questa conseguente ad una determinata lesione cerebrale, l’individuo vive inconsapevolmente dell’esistenza di una metà del suo corpo.

Orbene, l’alterata coscienza del corpo che si evidenzia in tale situazione è accompagnata da uno squilibrio dell’Io? Cioè, coscienza del corpo e coscienza dell’Io si identificano? E ancora, se la coscienza del corpo viene alterata, se cioè viene ad essere «amputata», come nel caso dell’asomatognosico, viene di conseguenza «amputata» anche la coscienza dell’Io? La risposta la troviamo, ancora, in quanto dice Lhermitte al proposito: «L’uomo possiede una coscienza del corpo che sembra essere divisibile… La coscienza del corpo può essere amputata, la coscienza di sé può essere disorganizzata ma mai amputata nelle sue parti costitutive». Cosi, sia per quanto riguarda il fenomeno verificatosi per cause fisiologiche, sia per quanto concerne quello che sopravviene in seguito ad una lesione dell’emisfero cerebrale destro in zona parietale, la disturbata funzione della gnosi corporea si instaura a causa di una seppur debole dissoluzione dello stato di coscienza, in quanto l’immagine del nostro corpo, come si è detto, organizzandosi ad un livello subliminare di coscienza, necessita conseguentemente, per disorganizzarsi, di una dissoluzione dello stato di coscienza stesso. Tuttavia esiste una differenza fondamentale fra coscienza con substrato normale e coscienza con substrato alterato. Infatti, le due situazioni di disturbata gnosi corporea cui ci siamo riferiti presentano due substrati organici totalmente differenti che sono «liberati» dalla già detta destrutturazione del campo di coscienza: ciò a causa di uno squilibrio degli arrangiamenti nervosi che sono deputati alla regolazione dell’attività vigile, dell’autoregolazione nel mondo, arrangiamenti questi che, come abbiamo visto, vengono localizzati in un vasto sistema di regolazione cortico-sottocorticale che è il centroencefalo di Penfield.

Se ora ritorniamo al nostro soggetto, possiamo veramente dire che la sua situazione corrisponde a ciò che accade quando, nell’individuo normale, per fatti fisiologici, una lieve dissoluzione della coscienza lo rende consapevole di una modificazione della propria esistenza corporea? È rapportandoci ad una concezione gerarchizzata della coscienza nel senso di Jackson che noi crediamo di poter ravvisare, come a più riprese abbiamo sostenuto, che la depersonalizzazione si compie grazie ad un’alterazione, seppur lieve, dello stato di coscienza: coscienza gerarchizzata la cui sommità possiede la presenza di livelli sempre meno organizzati, in quanto, come si sa, per Jackson i livelli più elevati sono sostenuti da arrangiamenti nervosi inferiori più organizzati. Dice infatti Jackson: «Io credo che l’attività degli arrangiamenti nervosi, i meno organizzati, gli arrangiamenti nervosi attraverso i quali la coscienza o la coscienza più chiara ha luogo, sono determinati dalle attività degli arrangiamenti nervosi più organizzati. Così, come ho già detto, gli stati di coscienza dipendono dalla sopravvivenza degli stati meglio adattati dei centri che rappresentano tutte le parti dell’organismo intero. Per parlare in maniera generale, gli stati nervosi più elevati sono determinati dal basso e non per delle facoltà autocratiche agenti sulle parti più elevate dei centri più elevati». Venendo, dunque, ad essere soppressi questi livelli meno organizzati, non avremo mai una coscienza totale. Cosi la singolare situazione nella quale vive il soggetto sarà da imputarsi ad una alterazione della coscienza in quel tanto che essa, destrutturata nei suoi livelli più elevati, non può elaborare i dati offerti dalle esperienze personali: di conseguenza non avendo una coscienza chiara, una coscienza totale, il nostro depersonalizzato vivrà di una coscienza alterata del proprio corpo, non tanto nel suo aspetto spaziale, bensì nel sentimento della propria esistenza corporea.

Morselli, che del problema si è a fondo interessato, afferma che nel depersonalizzato la gnosi corporea risulta turbata a conseguenza del disturbo profondo che la condiziona. Pur facendo una netta divisione tra disgnosie e depersonalizzazione, egli riporta, tuttavia, in parte la fenomenologia della depersonalizzazione alle disgnosie corporee in quanto queste non sarebbero altro che una risonanza di quelle, l’un fenomeno influenzato dall’altro: «In effetti, – dice Morselli, – nella coscienza della nostra personalità totale il lato psichico e il lato somatico si intercalano e non è che con un artificio che noi li separiamo». Per comprovare tale presa di posizione Morselli si richiama al concetto di depersonalizzazione di Jaspers. Quando Jaspers dice che la personalizzazione è l’espressione dell’appartenenza all’Io di una percezione, di un ricordo, di una sensazione del corpo vorrebbe dire, secondo Morselli, proprio riferendosi alle sensazioni corporee, che anche le asomatoagnosie rispondono ad una alterazione di tale personalizzazione in quanto in esse si verificherebbe un’alterata appartenenza di una parte del corpo che verrebbe a perdere la tonalità del «mio» di un dato settore corporeo, cosicché anche le asomatoagnosie verrebbero a porsi nel campo della fenomenologia depersonalizzante.

Ci sembra di poter controbattere tale tesi con quanto dice Jackson allorquando parla della relazione tra coscienza e stati mentali. Egli, infatti, cosi si esprime: « I ) Gli stati di coscienza sono interamente differenti dagli stati nervosi, per ciascuno stato mentale esiste uno stato nervoso correlativo. 2) I due stati si svolgono simultaneamente. 3) Sebbene i due stati abbiano luogo simultaneamente, in parallelismo, l’uno non interviene nell’altro. Si potrà chiamare questa la legge della concomitanza».

Adattando tale principio al problema che ci interessa, se da un lato potremo riconoscere come l’aspetto psichico e quello somatico si intercalino e che soltanto, come dice Morselli, con un artificio noi li separiamo, tuttavia tale scissione sembra accadere nella patologia, in particolare nei fenomeni cui ci interessiamo: l’atto sensoriale, che rappresenta la coscienza del proprio corpo, e il sentimento di esistenza corporea, che rappresenta la coscienza di sé, sembrano, infatti, dividersi e costituire l’uno la patologia delle disgnosie corporee, l’altro quella dei fenomeni di depersonalizzazione somatopsichica.

Conclusione.

All’inizio di questa nostra indagine abbiamo detto che intendevamo studiare la depersonalizzazione somatopsichica come espressione di un turbato sentimento di esistenza corporea e aggiungemmo anche che volevamo occuparci, solo però marginalmente, di quei fenomeni che con essa hanno un rapporto di similarità: i fenomeni, cioè, appartenenti ai turbamenti della gnosi corporea. Con ciò non abbiamo voluto certo affrontare un problema fondamentale quale quello della differenziazione fra sindromi psichiatriche e sindromi neurologiche; se facciamo questo raffronto è solo per puntualizzare maggiormente la posizione psicopatologica della depersonalizzazione somatopsichica. Per studiarla, infatti, ci siamo rapportati a considerazioni di ordine teorico e clinico, in modo da poter dare maggiore consistenza al nostro punto di vista: abbiamo, cosi, creduto di riconoscere nella depersonalizzazione somatopsichica un disturbo della coscienza dell’Io che si attua allorché viene turbato il meccanismo della personalizzazione; ci sembra, cioè, di aver ravvisato, nella situazione in esame, un disturbo rappresentato dall’esperienza che il soggetto vive di tale turba, concludendo chela depersonalizzazione somatopsichica rappresenta un tipico turbamento degli elementi che determinano coscienza e personalità dell’individuo.

Ora, potremmo affermare altrettanto per quanto riguarda i fenomeni di disgnosia corporea? Per poter comprendere tale ultimo problema è necessario staccarci dal corpo inteso come sentimento di esistenza corporea per costruire un determinato schema di esso, una determinata immagine, sia essa sotto forma di un apparato o di un meccanismo; in altre parole, dovremo costruire uno schema che riassuma l’insieme delle funzioni cui sarebbe devoluta la sua spazialità corporea. In tal caso il corpo viene ad essere un insieme di funzioni integrate che si proiettano in una struttura, in una rappresentazione spaziale, artificialmente costruita, cioè nello schema corporeo, sia esso, inteso nel senso del «modello posturale» di Head, dello «schema corporeo» di Schilder, dell’immagine corporea» di Lhermitte, dell’«immagine di sé» di Van Bogaert.

Già si può, dunque, delineare una differenziazione fra i due fenomeni relativi alle alterazioni del corpo: nel caso della depersonalizzazione è l’integrazione degli elementi che formano coscienza e personalità, che risulta alterata; nel caso delle disgnosie corporee ci riportiamo non già ad una alterazione del meccanismo di integrazione, bensì ad un turbamento di funzioni integrate. Un’altra differenziazione ritroviamo nel senso che queste ultime turbe si riattaccano a delle lesioni nervose che si proiettano clinicamente in sindromi segmentarle, monoplegiche ed emiplegiche, concomitanti ad altri disturbi di tipo neurologico, ad espressioni sensoriali quali le parestesie e le alterazioni della sensibilità in genere. Esse possono essere divise in due gruppi, l’uno che potremo dire positivo in quanto evidenzia la presenza di segmenti assenti, come ad esempio l’arto fantasma del cui gruppo non ci interessiamo; l’altro rappresentato dai disturbi di assenza del segmento corporeo colpito dall’emiplegia, come nelle asomatoagnosie. Positivamente o negativamente si riscontra colpito quello che è lo schema corporeo artificialmente costruito, dispositivo che fa capo ad una alterazione parietale destra riscontrabile nella sintomatologia clinica, cui si aggiunge un’alterazione di tipo sensoriale. In queste «sintomatologie» dello schema corporeo, dunque, si riconosce, accanto ad un’alterazione motoria, una sintomatologia di ordine sensoriale, cosicché le lesioni cerebrali e sensoriali che provocano delle turbe nervose parziali, segmentarle, emiplegiche, producono, nella sfera sensoriale affetta, un’alterazione dell’attività percettiva.

La concezione dello schema corporeo attraverso cui gli autori sopracitati pensano di aver trovato un superamento della nozione di cenestesia, fu da essi generalizzata comprendendo, accanto a tutti i disturbi di ordine neurologico, tutte quelle sindromi che presentano alterazioni della personalità e, supponendo che il meccanismo nervoso che essi osservavano nella sindrome neurologica si verificasse pure nei fenomeni di depersonalizzazione somatopsichica, estesero per analogia la patologia dello schema corporeo appunto alla patologia della alterazione del «corpo» intesa come corporeità. Queste supposizioni vennero proposte in quanto, accanto a forme di asomatoagnosie nelle quali, come di regola, esiste una moria affettiva che accompagna il misconoscimento dell’emicorpo leso, si verificarono rari casi nei quali si notava una sintomatologia delirante a base di trasformazione corporea o di negazione tipo Cotard, che sopravveniva in seguito alla semplice asomatoagnosia, e alla quale Gerstmann diede il nome di somatoparafrenia. I sostenitori di tale tesi si possono identificare in Erenwald, che per primo descrisse questi casi, Van Bogaert, Hécaen, Ajuriaguerra, per non citare che i principali; Lhermitte, pur in parte seguendo, sebbene in maniera differente, tale concezione, riconosce che la negazione dell’emiplegia o l’attribuzione ad altri dei propri segmenti lesi, o la loro estraneità, non costituiscono che delle varianti, delle sfumature cliniche.

Van Bogaert dà invece un’importanza considerevole al passaggio da quella che Erenwald chiama «depersonalizzazione segmentarla» alla lesione totale della personalità e l’autore sostiene che fra depersonalizzazione segmentarla e depersonalizzazione totale non vi sia che una differenza di grado: sia nell’uno che nell’altro caso vi è un tipo di reazione della personalità ad un deficit neurologico, rifacendosi in ciò al noto punto di vista di Erenwald sulla cosiddetta «reazione isteriforme». Così pure per Hécaen e Ajuriaguerra questi casi dimostrerebbero che non esiste distinzione fra depersonalizzazione e asomatoagnosia, in quanto il sentimento dell’Io fisico non può essere separato da quello dell’Io morale, essendo ambedue profondamente integrati nella vita affettiva che determina la loro unità. «Tutto quello che tende a dissociare l’uno – essi dicono – si riferisce all’altro», rifacendosi, da questo punto di vista, alla più volte da noi enunciata teoria di Schilder in proposito. Pur riconoscendo che i due fenomeni in esame, la depersonalizzazione cioè e la asomatoagnosia, si verificano a livelli diversi, essi non ammettono una separazione fra ciò che è la coscienza del corpo e il sentimento del corpo, in quanto ciò che determina l’uno determina necessariamente anche l’altro. Se cosi non fosse la loro tesi sulla continuità fra fatto neurologico e psichiatrico non potrebbe sostenersi.

Certamente questi particolari casi nei quali si assiste ad uno spostamento da una sindrome asomatognosica, che abbiamo definito come conseguente ad una sregolazione di determinati apparati organici, ad altra sintomatologia sovrapponibile a momenti di depersonalizzazione di tipo delirante, lasciano invero perplessi circa la differenziazione che abbiamo sostenuto. Tuttavia, anche se varie sono le interpretazioni che vengono proposte per la soluzione di questo problema, non ci sembra che esso sia solubile attraverso quei particolari da cui trarre una regola che puntualizzi questi singolari fatti clinici. Ci sembra, invero, di trovare nelle parole di Mayer-Gross un’autorevole risposta in proposito, quando l’autore afferma: «Teorie parziali che usano di un sintomo per spiegare l’intero sono suggestive ma non soddisfacenti… teorie che considerano la depersonalizzazione come un turbamento dello schema corporeo denominandola asomatoagnosia totale. Basta comparare – egli dice – uno dei rari casi di perdita unilaterale della coscienza del corpo di un emiplegi-co con la relativa, frequente esperienza di depersonalizzazione della mano, della testa, per riconoscere che questi sono fenomeni di un livello differente di ” awareness and experience” e appartenenti a categorie interamente differenti. Lo stesso sbaglio è quello di identificare depersonalizzazione e derealizzazione con ogni forma di asomatoagnosia».

In definitiva, quindi, esistono disturbi conseguenti ad un turbamento dell’integrazione di determinate funzioni che presiedono a quel dispositivo corticale determinante la schematizzazione spaziale del nostro corpo e la cui patologia è rappresentata dalle disgnosie corporee; esiste invece un disturbo che riferiamo all’integrazione degli elementi che formano coscienza e personalità, personalità che per determinarsi necessita, appunto, del meccanismo di personalizzazione, che rende consapevole l’individuo di se stesso, del suo corpo, della realtà esterna.

Non sembra, dunque, che tale coscienza della personalità possa essere riferita ad un dispositivo, per quanto dinamico, che dovrebbe presiedere alla spazializzazione del nostro corpo e che riconoscerebbe, per ciò, un substrato interamente sensoriale. Non sembra, di conseguenza, che i fenomeni di depersonalizzazione somatopsichica possano essere riferiti ad una turbata funzione di tale dispositivo cerebrale che comporta solitamente, accanto ad una alterazione sensoriale, un consecutivo disturbo motorio, cosicché la depersonalizzazione non potrà essere rapportata ad un disturbo di base dello schema corporeo. «L’attrazione – dice Ey – o la resistenza che ciascuno di noi trova per ammettere che un delirio di depersonalizzazione dipenda da una turba dello schema corporeo corrisponde precisamente a questo carattere preoggettivo, per non dire elementare, che noi riconosciamo al modello posturale in quanto struttura del campo percettivo». Se ciò vale per il delirio di depersonalizzazione, tanto più può essere valido per ciò che concerne la depersonalizzazione vera e propria ove per noi, non esiste alcun elemento di alterazione sensoriale ma solo e unicamente la consapevolezza di un alterato sentimento di esistenza corporea.

Nella depersonalizzazione troviamo turbato ciò che è il piano dell’Io, nell’asomatognosico invece turbata è la proiezione di quella che è l’immagine corporea. L’alterazione di tale proiezione non rappresenta una condizione necessaria né sufficiente perché si possa parlare di fenomeni di depersonalizzazione: essi si determinano, piuttosto, come il risultato della soppressione di quei livelli meno organizzati che, secondo Jackson, sono sostenuti da arrangiamenti nervosi inferiori più organizzati e che assicurano, in una concezione gerarchizzata della coscienza, quella che è la coscienza di sé; di conseguenza il suo perturbamento evidenzierà non già la disorganizzazione della base sensibile del corpo ma di ciò che è il sentimento della sua esistenza, il sentimento di esistenza corporea.

Conclusioni riassuntive.

Ora, perché possa apparire più chiara la struttura di questa nostra indagine, pensiamo di riassumere a sommi capi i punti essenziali di quanto abbiamo trattato:

1) Il sentimento di depersonalizzazione somatopsichica non rappresenta un determinato quadro clinico, ma piuttosto una situazione singolare che, pur potendo costituire gran parte di un quadro clinico, tuttavia non ne è la sola espressione sintomatologica. Esso deve essere considerato come un particolare stato di coscienza ancorato ad un quadro nevrotico o ad uno stato evolutivo psicotico.

2) La depersonalizzazione somatopsichica non è conseguenza di un turbamento della struttura della personalità, ma corrisponde piuttosto all’esperienza che il soggetto vive di tale turbamento. Si tratta, in altre parole, di un’alterazione della coscienza di sé, della personalizzazione evidenziandosi, in tal modo, un disturbo della coscienza intesa come elemento integratore delle attività personali.

3) Non esiste depersonalizzazione di alcun tipo, sia essa auto, somato o allopsichica se non vi è presente il carattere di autoanalisi.

4) Se in un quadro psicotico conclamato si ritrova un contenuto delirante rapportabile alla depersonalizzazione somatopsichica, esso non sarà tale che in apparenza: sarà soltanto una elaborazione delirante di un primitivo stato di depersonalizzazione. L’essere a base di sentimento di depersonalizzazione di questi deliri non riveste che una importanza marginale in quanto ciò che importa in un delirio non è il suo contenuto bensì la credenza delirante.

5) Nella depersonalizzazione non riconosciamo alcuna alterazione della base sensibile, della strumentalità dell’essere, ma piuttosto un’alterazione dei «sentimenti di significato» della percezione.

6) Di conseguenza, la depersonalizzazione somatopsichica non può essere attribuita ad una alterazione dello schema corporeo poiché esso si riferisce soltanto alla base sensibile della percezione, la cui patologia rappresenta la proiezione dell’impossibilità che il malato ha di integrare il normale concatenarsi degli elementi percettivi costituenti lo svolgersi dell’elementarismo della vita psichica nel suo aspetto vitale. Fenomeni illusionali a tipo cenestopatico, disgnosie corporee delle diverse specie, saranno dunque il prodotto di una tale alterazione e troveranno degli aspetti sintomatologici consimili non già nella patologia riferita alla depersonalizzazione ma a quella delle asomatoagnosie.

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