FAD CON 1 CREDITO ECM GRATIS: “L’INCONSCIO PSICOANALITICO E L’INCONSCIO COGNITIVO”

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Quando si parla di inconscio psicoanalitico e di inconscio cognitivo occorre precisare che non si tratta di due “fedi” in contrasto tra loro, ma di due tipi di processi inconsci studiati maggiormente da autori della tradizione psicoanalitica il primo e da autori di quella cognitiva il secondo. Ormai non vi sono più sostanziali differenze di opinioni sulla natura dell’inconscio, e questo è stato possibile anche grazie ai progressi delle neuroscienze. Si è capito per esempio che non esiste “un inconscio”, ma “molti inconsci”, e sia gli psicoanalisti che i cognitivisti sono ben consapevoli dell’esistenza di questi diversi tipi di inconscio.



La caratteristica principale dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere “dinamico”. Questo significa che certi contenuti mentali possono passare dallo stato conscio a quello inconscio e viceversa. Un esempio tipico è quello di un trauma che può essere dimenticato perché troppo doloroso, ma che in certe condizioni favorevoli può tornare alla memoria. La psicoanalisi postula che il prezzo pagato per questa rimozione può essere un sintomo (una inibizione, una depressione, etc., o un sintomo isterico come nelle pazienti di Freud), che può improvvisamente scomparire se si riesce a ricordare quel trauma che era stato rimosso.
Secondo una certa concezione superata e ingenua dell’inconscio psicoanalitico, i ricordi rimossi vengono depositati nell’inconscio come se fosse un serbatoio, un magazzino, da cui poi possono essere recuperati tali e quali. Ma è stato dimostrato che la memoria rielabora continuamente i ricordi e li trasforma alla luce dei desideri e delle esperienze successive. Infatti così come, secondo il concetto di transfert, noi interpretiamo le esperienze presenti alla luce del passato, ugualmente, con un meccanismo uguale e contrario, possiamo distorcere i ricordi delle esperienze passate alla luce di quelle successive: questa sorta di “transfert inverso” fu chiamato da Freud Nachträglichkeit (tradotto bene dai francesi con après-coup), che significa appunto una attribuzione retrospettiva di significato.
Un’altra caratteristica dell’inconscio psicoanalitico è quella di essere, come una volta lo definì Freud, un “calderone ribollente” di impulsi e desideri. Questo aspetto lo rende molto diverso dall’inconscio cognitivo, dove non si parla di desideri che premono per essere gratificati ma si parla, più che di emozioni, di “cognizioni”, di pensieri, di problem solving, e di “processi” più che di “contenuti”.
Va precisato però che negli anni 1930 Heinz Hartmann, fondando la “Psicologia dell’Io”, fece la prima grande correzione nella storia della teoria psicoanalitica: teorizzò che non tutto l’apparato cognitivo origina dal conflitto con quel “calderone ribollente” dell’inconscio come riteneva Freud, ma una sua parte, che lui definì “area autonoma dell’Io libera da conflitti”, è innata. Quindi per certi versi si può dire che la concezione dell’apparato cognitivo secondo Hartmann, che poi è diventata la concezione psicoanalitica classica, si avvicini molto a quella cognitiva.
In che modo il terapeuta cognitivo utilizza l’inconscio a livello clinico? Per il cognitivista l’inconscio è concepito come una serie di rappresentazioni mentali implicite o tacite, cioè non consapevoli, le quali, se disfunzionali, vanno modificate in psicoterapia, cercando di renderle consapevoli perché possono motivare il cambiamento (la terapia cognitiva standard assume, in un modo che potremmo definire coraggioso, che non sono le emozioni a trascinare le cognizioni, che sono le cognizioni a trascinare le emozioni). Il terapeuta cognitivo cerca di far ragionare il paziente mostrandogli quanto le sue credenze possano essere disfunzionali o irrazionali, cioè lo rende consapevole dei suoi “pensieri automatici”.
Per “inconscio cognitivo” però non si intende esattamente questo, perché è simile a quello che in psicoanalisi viene definito “preconscio”: anche lo psicoanalista fa riflettere il paziente sulle sue motivazioni non del tutto consce, e in questo senso si può dire che la psicoanalisi sia “cognitiva” (si pensi anche alla interpretazione, intervento per eccellenza della psicoanalisi: essa è un intervento cognitivo, si trasmette al paziente una informazione).





Si suol dire che il cognitivismo è l’erede del comportamentismo, nel senso che si è passati dal semplice modello stimolo-risposta (S-R) alla concezione di una “mediazione cognitiva” che si infrappone tra S e R, cioè da una concezione meramente “ambientalistica” a un modello più complesso (tra l’altro, questo passaggio ricorda quello che aveva fatto Freud con l’abbandono della teoria del trauma per fondare la psicoanalisi vera e propria). Secondo questo luogo comune, dunque, il cognitivismo sarebbe nato dal comportamentismo per poi arrivare alla terapia cognitiva. In realtà i due padri storici della terapia cognitiva, Aaron Beck e Albert Ellis, provenivano dalla psicoanalisi, e volevano proporre un trattamento più semplice e più breve di quello psicoanalitico. Si potrebbe dire quindi che Beck ed Ellis erano due “psicoanalisti moderni” nel senso che miravano a rendere cosciente il paziente dei pensieri preconsci, originati da esperienze precedenti.
Arrivati a questo punto, non si capisce più allora quale può essere la vera differenza tra inconscio psicoanalitico e inconscio cognitivo, soprattutto se in psicoanalisi aderiamo alla Psicologia dell’Io. In realtà, l’aspetto specifico dell’inconscio cognitivo non è quello implicato nella terapia cognitiva di Beck o Ellis, la cui pratica clinica assomiglia molto a quella certi psicoanalisti contemporanei. Per inconscio cognitivo si intende quella parte del funzionamento mentale che è inconscia non perché è stata rimossa, ma perché non è mai stata conosciuta, e quindi non potrà mai essere ricordata. Non solo, ma non è neppure utile né terapeutico che sia conosciuta, con buona pace di quegli psicoanalisti che volevano perseguire l’ideale di Freud (che derivava dalla sua eredità illuministica) secondo cui “dove c’era l’Es ci sarà l’Io”.
Si può anche dire che l’inconscio propriamente cognitivo sia quella parte di noi “che non si può mai ricordare né dimenticare”, ed è una parte importantissima del nostro funzionamento, indispensabile nella vita quotidiana. Si può anche chiamare “memoria procedurale”, o “elaborazione parallela distribuita” delle informazioni della memoria a lungo termine che regola i movimenti automatici (andare in bicicletta, camminare, ecc.). Noi afferriamo una palla al volo senza essere consci di come facciamo, e se ce lo chiediamo è possibile che non riusciamo più a prenderla così bene (è nota la metafora del millepiedi impazzito, che sa muovere alla perfezione i suoi tanti piedi senza mai inciampare, ma che quando gli viene chiesto come fa risponde che non ci ha mai pensato, e da quel momento non è più capace come prima, attorciglia i suoi mille piedi a ogni tentativo di camminare). Questa memoria è “parallela” perché una caratteristica dei processi inconsci è di non essere “seriali”, cioè non operano uno dopo l’altro ma con infiniti processi che avvengono simultaneamente. La coscienza invece per definizione è seriale, cioè le informazioni passano una dopo l’altra, per così dire in “fila indiana”: questa è una grossa limitazione, nel senso che non possiamo fare consapevolmente due cose nello stesso tempo (ad esempio due discorsi), ma solo una per volta, mentre possiamo conversare con un amico e nello stesso tempo guidare la macchina (poiché la guida, una volta imparata, è automatica, regolata dalla memoria procedurale). Ne consegue che la coscienza opera una selezione tra le tante informazioni presenti nell’inconscio, e questo è il motivo per cui quello che diventa conscio è sempre una parte molto ridotta, limitata, e forse anche distorta, della complessità delle elaborazioni inconsce parallele. Inoltre la coscienza è molto più lenta, funzionando un po’ come un “collo di bottiglia”: occorre più tempo affinché tutta “l’acqua dell’inconscio” esca e divenga conscia.




Va ricordato a questo proposito che quello che esce da questa “bottiglia dell’inconscio” non è mai uguale a quello che vi era contenuto, né si tratta della traduzione dei contenuti che nell’inconscio erano censurati o rappresentati sotto forma di simboli. I due linguaggi, quello dell’inconscio e quello del conscio (che Freud chiamava “processo primario” e “processo secondario”, e che per semplicità potremmo chiamare “non verbale” e “verbale”), non sono facilmente traducibili l’uno nell’altro poiché si tratta di codici cognitivi diversi nella loro natura, nel senso che certe rappresentazioni inconsce non sono esprimibili in parole (si pensi ad esempio alla memoria procedurale che regola il movimento, che non è verbalizzabile). È in questo che l’inconscio cognitivo si differenzia nettamente da quello psicoanalitico, poiché quest’ultimo prevede una traducibilità dei contenuti mentali che erano stati rimossi, per cui può aver senso parlare di un “ritorno del rimosso”. Quello invece che abbiamo definito inconscio cognitivo non è dinamico, ma è semplicemente una modalità di immagazzinamento della memoria a lungo termine, non soggetta a elaborazione verbale.
Ebbene, ci si è resi maggiormente conto è che mentre prima si credeva che questo inconscio procedurale riguardasse essenzialmente l’area del movimento, ora sappiamo che riguarda invece anche i rapporti interpersonali, ad esempio gli stili di attaccamento, che regolano buona parte della nostra vita quotidiana e del funzionamento anche affettivo. Questa maggiore consapevolezza ha messo un po’ in scacco l’ideale psicoanalitico di poter intervenire, soprattutto nei pazienti gravi, col solo strumento della interpretazione. Si pensi alla tecnica psicoanalitica “ortodossa” in cui, per timore della “suggestione”, addirittura si tendeva a deprivare il paziente di ogni componente affettiva, facendo leva sui concetti di anonimità, neutralità, astinenza, schermo opaco, etc., arrivando insomma a quella che Migone ha definito, seguendo la metafora freudiana del chirurgo, “personectomia” dell’analista. Questa tecnica “ortodossa” si rivelò presto poco efficace, e si è riproposta con forza la cura tramite l’esperienza affettiva: si tende sempre più a concepire la psicoanalisi come una tecnica “a tutto campo”, in cui il terapeuta usa la propria persona, e non solo le proprie parole, per indurre il cambiamento nel paziente. La concezione della psicoterapia come in sostanza una “esperienza emozionale correttiva” – usando le parole introdotte da Franz Alexander negli anni 1930-40 – oggi si ripropone con nuovo vigore, anche dopo una maggiore comprensione di quello che abbiamo chiamato inconscio cognitivo.

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