“DAL MANICOMIO AL LAGER DI STERMINIO Riflessioni sulla deportazione di un gruppo di ricoverati ebrei dall’ospedale psichiatrico di Trieste”

di Bruno Norcio

Nel quadro della persecuzione ebraica a Trieste, la deportazione di ricoverati ebrei dagli
ospedali psichiatrico e per lungodegenti, dall’ospedale maggiore e dall’ospizio ” Pia casa
Gentilomo ” (ospedale israelitico e ricovero per ottanta anziani) è un dato già noto per le
ricerche di alcuni storici di Trieste .
L’aver individuato e riportato alla luce dai vecchi archivi degli ospedali le cartelle cliniche
delle vittime di quell’episodio non costituisce quindi una ‘scoperta’ storica, ma ha il valore
diretto di una testimonianza inequivocabile, suscitatrice di emozioni.
Per noi – operatori psichiatrici da oltre vent�anni impegnati sul fronte della lotta al manicomio
in quanto istituzione segregante – ha soprattutto il valore di un obbligo etico di fronte alla
storia, soprattutto in questo momento di furore nazionalista ,associato a rigurgiti razzisti e
violenze xenofobe che attraversano l’Europa e gran parte del mondo .

Trentanove cartelle cliniche dell’OPP e dell’ospedale Gregoretti che si concludono tutte alla
voce ‘ dimissione’:

” il dì 28/3/1944, prelevato manu militari da una formazione delle SS parte per
destinazione ignota ” 
.

L’anonimo estensore sembra aver voluto affidare alla storia il messaggio contenuto in queste
brevi righe con la forza suggestiva di un epitaffio .
Sappiamo oggi che la ‘destinazione ignota’ era il campo di sterminio di Auschwitz dove tutte le
persone tranne una furono deportate
dopo una breve sosta alla Risiera di S.Sabba e ‘ gasate’ (con l’eccezione di un solo superstite)
nell’operazione ‘ soluzione finale’.
La rilettura di queste cartelle con il lessico del tempo e dell’istituzione ‘speciale’, spesso redatte
con grafia malferma , ridà vita e movimento, anche se per pochissimi istanti , e se pure nella
nostra fantasia, a queste persone in una sorta di effimera dignità postuma. Sono microstorie
che, per la loro tragica confluenza nel più grande eccidio di massa che la storia ricordi, si
spostano da una dimensione privata e a tratti persino banale ad una dimensione tragica.

In un’ottica ‘professionale’ alcune di esse possono anche essere lette come conferma dello
stretto rapporto tra concreti eventi di vita, e cioè storia della persona, e contenuti della malattia
sofferenza (o come altri direbbero ‘patoplastica’ dei sintomi).

In un’ottica sociologica alcune di esse sono la dimostrazione del rapporto tra una maggioranza
persecutrice ed una minoranza perseguitata con l’affiorare nei perseguitati dei vissuti di
diversità, di difesa, di paura, di inferiorità e di bisogno di protezione e di ricerca di aiuto e
tutela.

Dalle cartelle cliniche :

Sig.ra B.G. di anni 71, casalinga, vedova, religione israelitica ricoverata il 6/3/1944 per
depressione involutiva ” … da un anno a questa parte non vuole che le figlie escano di casa
perché teme che possa succedere loro qualche disgrazia…”

Sig. B.P. di anni 44, commerciante, israelita convertito alla religione cattolica, ricoverato il
12/11/1943 per stato depressivo “… è di religione cattolica, di razza ebraica. La moglie è ariana.
Battezzato da un mese…” ; “… in seguito agli arresti di persone della sua razza provò grave
spavento, perse il sonno, la volontà di lavorare, girava per la strada assillato dall’ossessione di
venire arrestato da un momento all’altro. E’ depresso, inceppato nel pensiero ,’ è meglio finirla
con la vita’. Era già pronto di gettarsi dalla finestra a casa ma fu trattenuto(!! )…” non è
allucinato, ma nel suo discorso che è coerente affiorano spunti deliranti.”

Sig. A.V. di anni 57, negoziante, vedovo, religione israelita, ricoverato il 25/11/1943 per stato
depressivo-ansioso : ” … due mesi fa mentre si trovava in una stazione termale per cure, venne
fermato dai tedeschi insieme ai due figli; mentre questi due vennero trattenuti lui venne
rinviato a Trieste con foglio di via. Da allora, angosciato, depresso, dorme poco,ha
l’impressione di vedere sempre intorno a sé i figli e la moglie ‘ come se parlassero’….”; “…anche
durante l’esame somatico si interrompe spesso per chiedere angosciosamente dei figli ed
implorando dal medico un aiuto per ritrovarli…”; “… apiretico; ancora depresso, piange , si
dispera per la sorte dei congiunti che sarebbero stati arrestati e deportati…”.

Sig. V.A. di anni 61, ‘,religione cattolica, ricoverato il 2/12/1943 per ” frenastenia in
sordomutismo : “… apertamente nervoso, facilmente irascibile,presentò uno scatto violento ed
aggressivo verso la domestica per cui venne inviato qui…”.

Sig.P.S. di anni 52, casalinga, israelita, coniugata, entrata il 19/2/1936 per stato depressivo poi
corretto in parafrenia : “… vive da 3 anni da sola, vivendo di sussidi che riceve dalla comunità
israelitica. Si trova qui da due anni, venuta qui da Berlino, perché le avevano detto che il figlio
era andato in Palestina, ma una volta qui non aveva più denaro per proseguire…”

Sig. E.B. ……………………….ricoverato e sottoposto a perizia psichiatrica per reato di oltraggio a
pubblico ufficiale ( SS), aveva accusato pubblicamente le SS di perseguitare e addirittura
deportare i cittadini ebrei.

Sig. I.M. …69 a. , sarto, israelita, entrato il 8/11/1943 per demenza arteriosclerotica : “… si
sente perseguitato dai germanici, causa la sua appartenenza alla razza ebraica. Sa che si trova
nell’ospedale psichiatrico provinciale. Ha provato nei giorni scorsi grande spavento perché gli
erano venuti a dire che i germanici portano via gli ebrei, che spogliano le loro case…

Si cita a conclusione il caso particolare di V.A., di anni 90, israelita, nata a Varsavia, ricoverata
10 giorni dopo la deportazione collettiva per demenza senile e regolarmente prelevata il
24/4/1944 dalle SS., cioè un mese dopo gli altri. Sembra incredibile che possa scomodarsi una
pattuglia delle SS per un prelievo solitario di una persona in così tarda età : vero esempio di
assoluta precisione nella esecuzione degli incarichi assegnati!

Tra i ricoverati in ospedale psichiatrico (25 persone) si evidenziano almeno due gruppi : coloro
che erano già ricoverati da lungo tempo (alcuni già prima dell’emanazione delle leggi razziali
del regime fascista ) per motivi psichiatrici ordinari ( 12 persone ) e coloro che furono
ricoverati alcuni mesi prima della deportazione in pieno clima di persecuzione antisemita e di
rastrellamento da parte delle SS . Di questi, solo 3 avevano già avuto precedenti ricoveri.
E’ pertanto ipotizzabile che per la gran parte di questo secondo gruppo il ricovero sia stato un
tentativo – tardivo quanto purtroppo inefficace – di protezione dalla deportazione.
Fanno parte di questo gruppo coloro i quali si erano convertiti alla religione Cattolica, in
funzione legittimamente autodifensiva ( alcuni poco tempo prima dell’arresto), sperando in
qualche modo di disfarsi del marchio che li esponeva alla persecuzione.
La lettura delle cartelle presenta al proposito delle ambiguità e alcune contraddizioni ( p.e. :
inadeguatezza delle motivazioni al ricovero – vedi caso del sordomuto – genericità della
sintomatologia oppure impossibilità di distinguere nella stessa sintomatologia un nesso tra
causa ed effetto.) eliminabili solo attraverso qualche eventuale testimonianza diretta.
Un terzo gruppo infine può essere considerato quello in cui l’insorgenza di sintomi ed il
ricovero appaiono essere in stretta correlazione con il clima di paura e di angoscia scatenato
dalla caccia spietata all’ebreo e dalla mancanza di spazi possibili ove sottrarsi ad essa.
La considerazione generale che si può comunque fare è che da un excursus sullo stato
professionale e lavorativo, nella media, si deduce una collocazione sociale negli strati
economicamente e socialmente più deboli – casalinghe, pensionati-, categoria che da sempre ha
accomunato tutti i ricoverati negli ospedali psichiatrici. Si tratta quindi di persone che non
erano riuscite a trovare altre vie di scampo, per esempio con la partenza.

Una breve parentesi storica. Il testo di riferimento è stato il bel libro di Silva Bon Gherardi ” La
persecuzione antiebraica a Trieste “, pubblicato nel 1972.
Il 15 ottobre 1943 viene instaurata ufficialmente la Zona di Operazioni dell’Adriatische
Kustenland, i tedeschi cioè decidono di gestire direttamente una zona delicatissima per il fronte
militare, formata dalle provincie del Friuli, Gorizia, Trieste, Istria, Lubiana e dal Quarnero
insieme ai territori incorporati di Sussak, Buccari, Ciastua, Ciabar e Veglia. Forse, come
suggeriscono alcuni storici nell’ipotesi strategica di separare Trieste dall’Italia (allora dalla
Repubblica di Salò) e di proiettare la città verso il mondo tedesco, quale sbocco all’Adriatico
nel quadro della futura ‘ grande Germania’.
E’ da questa data che la persecuzione antisemita, iniziata ufficialmente dal fascismo nel 1938 e
caratterizzata da una discriminazione e una epurazione certamente seria, ma non crudele e
totalizzante come quella nazista, assume i metodi e gli scopi di quest’ultima, volta non solo alla
discriminazione ma al totale annientamento fisico.
” Di fronte alla esaltazione fino ai limiti del mito, della razza tedesca, intesa secondo una stretta
concezione biologica, e divinizzata nella sua purezza, si contrappone quasi necessariamente
l’esistenza del gruppo sociale ebraico, visto in modo omogeneo nella sua estrema inferiorità
razziale. L’antirazza designa gli ebrei : essi costituiscono il razzismo negativo, anzi non
costituiscono neppure una razza, ma sono il prodotto della mescolanza razziale più vile. Hitler
afferma : ‘ Se gli ebrei non esistessero, dovremmo inventarli. E’ essenziale avere un nemico
tangibile e non soltanto un nemico astratto ‘ e ancora : ‘ L’ebreo è sempre in noi… ma è più
facile combatterlo sotto forma umana che di demone invisibile’. “
Sotto la guida di Globocnik, a Trieste viene organizzata la ‘Risiera’ – come si sa unico lager di
sterminio dell’intera Europa occidentale- e tutti gli arrestati vi confluiscono e vengono
rinchiusi per essere uccisi e cremati o vi rimangono in attesa di partire con i carri bestiame per
Auschwitz e gli altri campi dell’Europa orientale.
( Globocnik : ” Se crescerà in Germania una nuova generazione incapace di comprendere il
nostro lavoro, allora il nazionalsocialismo sarà stato vano. Credo che i centri di sterminio
dovrebbero essere immortalati con targhe di bronzo su cui dovrebbe essere scritto : noi SS
abbiamo avuto il coraggio di compiere questa grande opera ” ).
La prima deportazione avviene nel giorno del chippur, il 9 ottobre del ’43, una seconda il 19
gennaio del ’44, una terza il giorno dopo e una quarta il 28 marzo dagli ospedali ( che è quella
di cui trattiamo).
E’ difficile conoscere con esattezza il numero degli ebrei arrestati e deportati : le SS cercano di
non fare alcuna pubblicità, impongono la censura ai giornali e ” molte efferatezze rimangono
sconosciute e difficilmente possono venire alla luce ” . Sembra comunque che i deportati
triestini superino il numero di 800. Così la Comunità ebraica che nel 1938 contava circa 5500
persone e che al momento dell’occupazione tedesca era già dimezzata, conta appena 400-500
unità quando la città viene liberata dalle truppe alleate.
“Durante l’atroce persecuzione nazista riescono a mettersi in salvo in particolar modo le
persone che dispongono di maggiori mezzi economici e quelle che, meglio informate, si
rendono conto della catastrofe incombente. Infatti a Trieste, pur tra nobili eccezioni, si verifica
più doloroso e diffuso che altrove in Italia il fenomeno della diserzione delle famiglie agiate,
convertitesi ad Altra fede o emigrate.
Purtroppo chi soffre di più della persecuzione sono gli ebrei poveri che rimangono in città
perché non hanno mezzi per partire o per fiducia fatalistica; e ancora gli invalidi che non si
potevano muovere e qualche vecchio cocciuto e illuso che non si era lasciato convincere a
lasciare la sua casa perché diceva ‘ di non avere mai fatto nulla di male’.
I poveri non hanno la possibilità di procurarsi rapidamente documenti falsi, spesso frutto della
corruzione di qualche funzionario; né possono pagare guide sicure per fuggire in Svizzera; non
hanno protettori né conoscenze influenti, quindi sono costretti a rimanere in città, magari in
cerca di un lavoro per vivere. I tedeschi infieriscono ferocemente su tutti : anche contro i mezzi
ebrei, i convertiti, gli arianizzati e tutti devono cercare di nascondersi per sfuggire alla razzia
sistematica”.


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Alcune considerazioni.

Una prima considerazione riguarda il ruolo degli psichiatri come corresponsabili in prima
persona nel rastrellamento e nella purificazione della razza nella Germania nazista.
Agostino Pirella in un suo recente intervento sul tema , citando Von Cranach e Mitscherlich e
l’attuale presidente dell’ordine dei medici berlinesi, richiama l’attenzione sulla correità degli
psichiatri tedeschi e sui programmi di annientamento di ‘malati incurabili’ e degli handicappati
( come si sa, furono più di 200000 gli ammalati mentali, gli handicappati e gli inabili eliminati
sullo sfondo di una genetica socialdarvinista che raccomandava l’eliminazione di “vite indegne
di essere vissute” ). Vi è stata cioè una perfetta corrispondenza ed adesione alle direttive
generali sullo sterminio e la soluzione finale da parte di un corpo professionale che ha
legittimato con la forza del suo sapere l’aberrazione del potere dominante.
K.Doerner parla di una “eterna guerra contro il malato di mente”, volendo sottolineare l’assenza
di una soluzione di continuità tra l’eliminazione del diverso e il silenziamento fino
all’annientamento del dissenziente da una norma comunque politica. L’Ospedale Psichiatrico,
nella sua organizzazione e nella sua struttura concettuale, appariva mirabilmente finalizzato
all’annientamento della persona in tutto fuorché’ nella vita fisica. Il Lager di sterminio
completava semplicemente il ciclo dell’annientamento con l’eliminazione anche fisica.
Sulle complicità tra corporazioni psichiatriche con le loro istituzioni manicomiali e regimi
dittatoriali vi sono ormai molte informazioni anche nella storia più recente. Basti pensare
all’internamento dei dissidenti negli ospedali psichiatrici sovietici, o all’ospedale psichiatrico
dell’isola Leros in Grecia, dove, durante il regime dei colonnelli, accanto e insieme al grande
internamento psichiatrico sono stati ammassati dissidenti e prigionieri politici, o ancora al
comportamento della Associazione Argentina degli psichiatri creata dopo il colpo di stato del
1976.
A proposito di quest’ultima, in un’intervista del 1989 pubblicata sull’Information psychiatrique,
Roger Montenegro, presidente della nuova associazione argentina di Psichiatria, dice
esplicitamente :” ( durante la dittatura) si era formata una associazione argentina di psichiatri
che non fu che una facciata del regime, con una quarantina di aderenti totalmente identificati
con la politica della dittatura “. Data la preoccupazione esistente a livello internazionale per le
violazioni dei diritti dell’uomo in Argentina,” parecchie richieste di chiarimenti furono
indirizzate a questa Associazione ed essa rispondeva falsando le informazioni e negando
qualsiasi violazione dei diritti dell’uomo e dei principi etici dell’esercizio della psichiatria. “
A Trieste nella contingenza storica di cui ci occupiamo non emerge certamente una correità’
riguardo all’episodio della deportazione; una lettera d’ archivio del direttore dell’ epoca al
Prefetto , oltre a rendere noto l’ episodio, chiede infatti una giustificazione per il
rastrellamento, non essendo stata esaurientemente motivata dal comandante del drappello
delle S.S. la richiesta di prelievo dei pazienti. Si può’ pertanto affermare che vi sia stato un
dissenso o meglio un non consenso all’ operazione, e che tuttavia esso non si espresse o non si
poteva esprimere con modalità’ più’ decise di quelle messe in atto, per ragioni ovviamente
comprensibili.
Ciò che comunque emerge alla fine, al di la’ della buona coscienza o delle soggettività
individuali dei responsabili dell’asilo e’ l’oggettiva esposizione degli internati di un’istituzione
totale (manicomi come gli ospizi, come le carceri) a qualsiasi iniziativa repressiva su larga
scala. Si e’ verificata in sintesi una mancata protezione da parte dell’Ospedale Psichiatrico, e
delle altre strutture asilari. E’ questo un aspetto apparentemente paradossale dell’istituzione
segregante: istituzione che proprio in quanto segregante e’ la più concentrazionaria e alla fine
la meno adatta alla tutela.

Una seconda considerazione riguarda il rapporto tra maggioranze dominanti e minoranze
oppresse e la connessione con le agenzie di controllo e gli apparati repressivi dello stato come
esecutori ‘oggettivi’ dei valori dominanti della maggioranza.
E’ un discorso ampio che ci interessa oggi e che non ha la distanza storica della discriminazione
e dell’epurazione nazista, ma si immerge drammaticamente nell’attualità e parte dalla
collocazione centrale che ha il ‘ pregiudizio ‘ verso qualsiasi minoranza, etnica, religiosa,
linguistica, culturale, o sociale in senso lato.
” Il pregiudizio – dice Basaglia nella sua introduzione a Asylums di Goffman – non è ( mai)
frutto di un atteggiamento psicologico individuale, quanto dell’ espressione dei valori della
società in cui l’individuo è inserito, risultato di una selezione discriminante tra norma e
abnorme, bene e male, maggioranza e minoranza, potere e non potere “.
Nei confronti della comunità ebraica abbiamo già detto come sia il fascismo, sia soprattutto il
nazismo, abbiano costruito il pregiudizio come obiettivo politico preciso per il rinforzo della
maggioranza dominante rispetto ad una minoranza identificata come il male da confinare e
distruggere. Da qui l’origine della persecuzione e da parte dei nazisti il piano di sterminio degli
ebrei ( ma non solo, perché non bisogna scordare altre ‘minoranze’ slave).
Crimini di guerra.
Ma non dimentichiamo i ‘crimini di pace’.
Dice Daniel J. Levinson nel 1950, citato nella stessa prefazione da Basaglia : ” abbiamo fatto
un test sul pregiudizio, per sondare l’opinione pubblica su individui o gruppi di dubbia
localizzazione sociale, come immigrati, negri, criminali, pazzi. L’ambiguità provocatoria di un
item come quello proposto ( “Noi spendiamo troppo per riabilitare i criminali e i pazzi e per
l’educazione di persone intrinsecamente incapaci” ) costringe il testato a prendere apertamente
posizione nei confronti di chi non è nella norma, rivelando – in caso la sua reazione sia negativa
e discriminante – una personalità ‘etnocentrica’. Il modo ‘etnocentrico’ di risolvere i conflitti di
gruppo consiste nel liquidare gli ‘ out ‘, o tenerli completamente segregati in modo da ridurre
ogni contatto con gli ‘ in ‘.
Nel primo caso, si tratta di un metodo etnocentrico politicizzato – fascismo e dissoluzione dei
valori democratici – invece l’atteggiamento secondo cui la maggior parte dei gruppi ‘ out ‘ deve
essere soggetta e segregata è tipico dell’etnocentrismo americano … i valori democratici spesso
impediscono il ricorso ad azioni più drastiche, ma possono servire a permettere la
discriminazione e l’oppressione sotto una facciata pseudodemocratica.”
Ancora Basaglia si interroga più avanti nello stesso testo (siamo nel 1968) ” … quale sarebbe la
risposta in Italia ad un formulario del genere? Due donne anziane e alcuni giovani, alla
domanda del telecronista che introduceva un documentario sull’assistenza psichiatrica in Italia,
risposero che, per quanto concerneva loro, il problema dei malati di mente poteva essere risolto
solo uccidendoli tutti . La Germania nazista lo aveva già fatto a tutela della razza; ma la nostra
attuale società non pensa di essere nazista e, purtuttavia continua ad oscillare tra un estremo e
l’altro dell’etnocentrismo, come metodo di soluzione dei propri conflitti e delle proprie
contraddizioni”.
Concludiamo questo nostro intervento con alcune parole sul presente e con un ulteriore ritorno
alla memoria del passato.
Oggi, oltre la soglia degli anni ’90, non solo proseguono le pratiche di discriminazione delle
minoranze e in generale di tutti gli ‘ out ‘, ma addirittura il pregiudizio vorrebbe riprendere le
vecchie vesti riproponendo nella democratica società occidentale non solo slogan o semplici
atti vandalici, ma pratiche di violenza e di morte.

Dai quotidiani del mese di febbraio 1993:

I naziskin hanno commesso a Rostock 518 atti di devastazione e di sabotaggio; in totale nel
1992 in Germania vi sono state complessivamente oltre 2000 aggressioni contro stranieri che
hanno provocato 17 morti.

In Francia vengono inviati a presidi e professori falsi documenti in cui gli insegnanti di materie
storiche vengono invitati a far conoscere le tesi che negano l’esistenza delle camere a gas e il
genocidio degli ebrei da parte dei nazisti.

Nella ex-Iugoslavia vi sono nell’attuale guerra in corso terribili episodi di ‘ pulizia etnica’
incrociata falsamente coperti da operazioni militari. Centinaia di migliaia di profughi. Le donne
bosniache vengono violentate e ingravidate per imporre loro il segno tangibile di un’etnia
superiore.

Di nuovo crimini di guerra che si allacciano ai crimini di pace e li sovrastano pericolosamente.
Di fronte ad essi ci si trova spesso impotenti e l’unica possibilità di intervento è rappresentata
dalla denuncia costante delle atrocità del presente e dal tener desta la memoria sulle ancora più
grandi atrocità del passato.
In questa direzione e con questo spirito, sulla questione dei crimini nazisti e dell’identità
tedesca, Habermas risponde ad alcuni storici revisionisti tedeschi contemporanei che
minimizzano e relativizzano il genocidio ( E.Nolte che nega l’unicità dei crimini nazisti e
suggerisce comparazioni con altri crimini, Hillgruber che opera sottili distinzioni tra la morte
per eutanasia di oltre 200.000 malati mentali e lo sterminio vero e proprio degli ebrei,
Hildebrand che sostiene che la storia del 3° Reich sarebbe stata scritta dai vincitori e
trasformata in mito negativo, etc.) :

” abbiamo il dovere in Germania, anche se nessun altro più lo facesse , di mantenere vivo, non
in modo simulato e non solo verbalmente, il ricordo delle sofferenze di coloro che sono morti
per mano tedesca. Questi morti possono fare appello soltanto alla debole forza anamnestica di
una solidarietà che i posteri possono esercitare solo mediante un ricordo che continua a
rinnovarsi, spesso disperato comunque sconvolgente.”

E’ in questa direzione e con questo spirito che anche noi, – ricordando 39 ebrei ricoverati in
manicomio per vera o finta follia, con la vana speranza di sfuggire allo sterminio nazista, –
abbiamo voluto tener desta la memoria su alcuni crimini di guerra del passato.
Nel presente, di fronte a nuovi crimini di guerra e di fronte ai meno appariscenti ma più
numerosi crimini di pace, non possiamo che continuare la nostra denuncia e schierarci come
cittadini e come tecnici non neutrali contro ogni discriminazione ed ogni internamento.

Note Bibliografiche

S.Bon Gherardi ( 1972) : La Persecuzione antiebraica a Trieste,
Del Bianco Editore.

A. Pirella ( 1992 ) : ” Uccisioni pietose e sterminio nazista.
Le responsabilità degli psichiatri ” in Venti anni di Fogli di Informazione”,
Centro di documentazione Pistoia editrice.

F. e F. Basaglia ( 1961) : Introduzione a Asylums di E. Goffman,
Einaudi, Torino.

G.E. Rusconi ( a cura di) ( 1987) :
Germania : un passato che non passa, Einaudi, Torino.